venerdì 9 settembre 2016

- MARTIN BORA -
9 settembre 1943



A parte forse il suo compleanno, per Martin Bora non ci sono molti anniversari da poter celebrare felicemente. Il giovane ufficiale della Wehrmacht, protagonista di una serie di romanzi di Ben Pastor ambientati durante la Seconda guerra mondiale, attraversa vicissitudini storico-personali così numerose e di tale natura da rendere improponibile il termine stesso di “festeggiamento”.
Parliamo dunque – preferibilmente – di “ricordo”, perché sulla questione della memoria e delle immagini simboliche i romanzi del ciclo hanno da esprimere idee ben più cospicue ed importanti.
C’è allora un fatto da richiamare alla mente per la giornata odierna, un evento che segna profondamente la vicenda umana – ancor prima che professionale – del giovane Martin e che non può essere ignorato dal lettore che di lui desideri comprendere tutto ciò che vale la pena di essere valutato: alle ore 16:27 del 9 settembre 1943 il maggiore Bora, all’epoca distaccato nei pressi di Lago, nel Veneto, rimane vittima di un attentato partigiano. L’auto su cui viaggia viene raggiunta da alcune granate: una di esse gli esplode praticamente addosso, devastando l’intero lato sinistro del suo corpo. La gamba viene salvata e il fatto che al momento dell’incidente Bora avesse in grembo una cartella metallica gli evita irreparabili danni inguinali, la mano sinistra però è perduta: di lì a poco sarà sostituita da una protesi, quasi sempre – ma non sempre – celata dal guanto d’ordinanza.
Nei mesi seguenti i chirurghi dell’esercito continueranno ad estrargli schegge, a fare aggiustamenti, sino ad un disperato intervento per salvarlo da un’infezione che era sul punto di ucciderlo: Martin però, nei confronti della propria sventura, manterrà sempre l’atteggiamento stoico che gli è proprio: non l’esatta ignoranza del fatto (il che non sarebbe davvero possibile), ma la volontà fermissima di minimizzarlo agli occhi di chiunque, pur scosso nel profondo dalle conseguenze pratiche ed emotive che la sua perdita d'integrità implica.
Martin Bora, in questa come in altre circostanze, rimane fedele all’idea che di sé stesso vuole offrire al mondo: l’apparenza di una solidità estrema, che dal corpo si estende alla mente, e viceversa.
Ciò che lo riguarda personalmente non viene mai condiviso con nessun altro; Bora è circondato da commilitoni e persino da individui che possono latamente definirsi amici: ma né con loro, né con le poche donne veramente amate, viene mai presa in considerazione l’idea di discutere delle sue condizioni fisiche. L’unica persona che ci andrà abbastanza vicina – anche grazie alle sue stesse invalidanti menomazioni - sarà Annie Tedesco ne La Venere di Salò; la quale, tra le altre cose, avrà la silente delicatezza di invitare Martin a pranzo, servendo uno spezzatino che eviti di metterlo in difficoltà con le posate. Per il resto, non è dato sapere esattamente nemmeno ciò che Bora abbia raccontato ai propri genitori, che certo sanno dell’incidente, ma che altrettanto sicuramente non ne parlano con lui.
Coloro che hanno a che fare con Martin Bora imparano velocemente a rispettarne l’intimità, perché qualunque tentativo di penetrarla si infrange contro un muro di impassibilità e freddo distacco; più liberi di giudizio sono invece i lettori, che possono a volte – ma sempre con fatica – entrare nei  pensieri e nelle riflessioni del personaggio, arrivando a conoscerlo meglio di quanto egli stesso desideri essere conosciuto.
Gli stessi momenti successivi all’incidente, quando sotto le mani di medici e infermieri la preoccupazione principale di Martin diventa quella di non urlare come un animale, sono descritti dall’autrice attraverso le sensazioni confuse del ferito, in una delle pagine più crude e vere dell’intero ciclo: “Il sangue schizzò mentre gli infermieri, tagliando e scavando, si facevano strada nell’impasto di terra e materia organica che un tempo era stata la sua divisa. Lungi dal cedere, Bora si irrigidì con una risolutezza disperata, cercando di resistere al dolore. Di combatterlo, come se si fosse potuto combattere, quando l’intero lato sinistro del suo corpo sembrava prigioniero in una morsa gigantesca e non c’era speranza di tirarsene fuori senza lasciarci il braccio e la gamba insieme. La mano sinistra, già lacerata in filamenti, con il sangue che zampillava, sembrava inghiottire e sputare fuori la vita stessa. Polmoni, stomaco, ossa, tutto quello che gli aveva riempito il corpo finora, pareva voler dilagare dal braccio parzialmente reciso in una poltiglia rossa, rivoltante”. (dal cap.I di Luna bugiarda, 2001; trad. di Marilia Picone).
Poi, tornato sveglio e cosciente, Martin per prima cosa chiederà dove sia finita la sua fede nuziale.
Il personaggio è provvisto in abbondanza di questi piccoli “trucchetti” volti a nascondersi agli altri e a sé stesso: ma non sempre ciò gli riesce perfettamente, e in ogni caso il dispendio d’energia mentale necessario alla dissimulazione è non meno faticoso o doloroso delle cause da cui tutto trae origine. A ben guardare, è una situazione terrificante: quella di un uomo costantemente in tensione, ininterrottamente sulla difensiva, allo scopo di non essere mai sorpreso debole o impreparato, vulnerabile e quindi suscettibile di venir colpito e smascherato. E’, in fondo, la migliore descrizione di quel perfetto soldato che Martin Bora è e sempre sarà: in battaglia, se abbassi la  guardia, quasi certamente sei morto.
La resistenza al dolore fisico è abbastanza naturale per un soldato: lo stesso Martin è già stato ferito in Russia, e più o meno nello stesso periodo dell’attentato partigiano (si veda il racconto Il sangue dei santi) si ritrova ad andare a cena con l’ispettore Guidi prima di farsi estrarre dalla spalla una pallottola che lo ha colpito durante un pattugliamento: ci sono da discutere i risvolti di un caso criminale e l’operazione può aspettare, benché Martin sia verde dal dolore e mantenga un contegno da perfetto commensale reggendosi solo per pura forza di volontà.
Ma per lui c’è qualcosa di più della sopportazione: c’è un irrinunciabile senso di dignità e decoro. Martin Bora non desidera dipendere da nulla e da nessuno, in ospedale gli è persino difficile accettare di farsi radere dalla mite suor Elisabetta. Senza eccezioni (compreso il campo sessuale) vuole avere il dominio ed il controllo di ogni situazione; anche per questo è un ottimo ufficiale comandante: è fatto così, quella è la sua forma mentis, ciò che lo spinge a comportarsi come di solito si comporta.
Purtroppo però l’autorità dell’uomo forte sul destino rimane comunque limitata, e malgrado la resistenza mentale messa in atto sin dai primi istanti la menomazione fisica avrà conseguenze pesantissime: Martin non potrà più suonare il pianoforte (ed era un musicista sensibile e di enorme talento); inoltre sua moglie – pur negandolo –  prenderà la cosa come una delle scuse per abbandonarlo, quando già Martin si immaginava assurdamente sminuito nella propria virilità, tanto da riconoscersi incerto sulla possibilità di produrre quei figli che così disperatamente avrebbe voluto. Aver perduto una parte di sé lo fa sentire insufficiente come essere umano e come soldato, rendendo necessario compensare la privazione con caparbia e deliberata fermezza.
Poi la mano scomparsa entra nel quotidiano, e a volte il lettore stenta a ricordarsene, sebbene ci sia  da dubitare che Martin dimentichi: perché è la sua stessa architettura corporea ad essere chiamata in causa, e ancora di più perché nella mente il mutamento è praticamente impossibile da disimparare.
Che il giovane ufficiale si appresti a vivere in quelle condizioni tutto il resto della guerra (e della vita) torna superbamente a suo onore: ma è angoscioso pensare a quale costo di coraggio, di inflessibile e feroce orgoglio ciò possa avvenire.



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