mercoledì 17 agosto 2016

LA FAMIGLIA FANG ("The Family Fang", 2011), di Kevin Wilson [Fazi ed., 2012; traduzione di Silvia Castoldi; pag.397. In copertina: illustrazione di Julie Morstad]




In breve: Se è vero, come affermano le note di copertina, che a suo tempo l’uscita di questo romanzo “è stata accolta come un evento letterario da tutta la critica americana”, ci sarebbe forse da porsi qualche domanda a proposito della critica o degli americani, e magari a proposito di entrambi. Il romanzo non è infatti eccezionale: eccentrico e lodevolmente attento alle dinamiche emotive dei personaggi, questo sì, ma non un capolavoro assoluto.
La storia ha un’ambientazione contemporanea, ma attraverso numerosi flash-back recupera anche eventi del passato, importanti per capire e meglio inquadrare il presente. 


Trama
: Caleb Fang e Camille si sono conosciuti negli anni Settanta, quando erano entrambi all’Università e studiavano arte: lui era un assistente, lei una delle sue allieve, più giovane di dieci anni. Si erano innamorati e quasi subito il loro sodalizio sentimentale si era trasformato anche in collaborazione artistica. I Fang però avevano, ed hanno continuato ad avere, un’idea precisa dell’arte come azione e movimento: niente quadri o fotografie, dunque, ma piuttosto happenings ed eventi mirati a suscitare nei presenti (spesso coinvolti loro malgrado e a totale insaputa) reazioni forti di qualunque genere. Caleb – per fare un esempio – aveva iniziato la sua carriera in questa direzione aiutando il proprio mentore a diventare famoso: gli aveva sparato, e l’evento consisteva nelle emozioni suscitate nella stessa “vittima” e in quanti erano attorno a lui, in fuga disperata dopo lo sparo.

In seguito i Fang si erano dedicati a performance meno cruente, ma nelle intenzioni ugualmente sconcertanti: falsi furti nei centri commerciali, incendi di vario tipo, e altre cose bizzarre.

Ancora più avanti, a partire dagli anni Ottanta, i loro figli Annie e Buster erano diventati parte integrante degli happenings: con ottimo successo, e con grande soddisfazione dei genitori. Buster ad esempio, sotto mentite spoglie femminili, era riuscito a diventare la reginetta di un concorso, e la piccola Annie aveva dimostrato in svariate maniere il proprio talento. I bambini non avevano mai vissuto la cosa come un gioco, perché in effetti non lo era: si trattava al contrario di una realtà molto seria, che aveva finito per condizionarli e stressarli, tanto che, divenuti adulti, entrambi si erano allontanati dalla famiglia.

Annie è diventata un’attrice di medio successo; il suo ruolo più conosciuto e premiato è quello di un’eroina mascherata che combatte i nazisti. Buster invece è diventato uno scrittore con un buon primo romanzo, ed un secondo romanzo unanimemente stroncato dalla critica, ma amato da alcuni lettori di nicchia. Il suo stile ed i suoi contenuti sono in genere apocalittici e deprimenti.

Annie è sempre stata più forte rispetto al fratello, e quando erano piccoli ne proteggeva la fragilità; ormai cresciuti e lontani, entrambi sono in crisi professionale e umana.

Ad un certo punto la loro situazione si fa così critica e caotica, da non lasciare alternative: Annie e Buster devono tornare a casa dai genitori, anche se cercano in ogni modo di non farsi di nuovo risucchiare in quelle performance artistiche che hanno loro rovinato la vita.
Caleb e Camille, del resto, sembrano aver un po’ perduto quel tocco magico e quella creatività che li avevano resi famosi (su di loro sono state scritte persino delle tesi di laurea). Ciò che conta in quei frangenti è la solidarietà famigliare: i Fang sono di nuovo riuniti, e anche se il rifiuto alla partecipazione di Annie e Buster è per Caleb e Camille un’amara delusione, le cose vanno avanti.
Un bel giorno Caleb e Camille spariscono: partiti per un viaggio, la loro auto abbandonata viene ritrovata nei pressi di una stazione di servizio. Intorno c’è molto sangue, che in seguito viene riconosciuto come appartenente a Caleb. In quella zona si sono già verificati parecchi rapimenti, invariabilmente finiti con altrettanti omicidi, per cui la polizia – malgrado i loro precedenti - prende molto sul serio la possibilità che i Fang siano già morti.

Buster è affranto all’idea di aver perduto i genitori, Annie invece non dubita nemmeno per un momento di trovarsi di fronte all’ennesimo evento-Fang: probabilmente Caleb e Camille hanno organizzato tutto in modo da farsi credere morti, per poi “resuscitare”, ricomparendo in pubblico quando nessuno se lo sarebbe più aspettato. Gradualmente Buster viene convinto dalla sorella; i due - che hanno ritrovato tutto l’affetto e la solidarietà che li legava da piccoli - iniziano ad indagare e a cercare un modo per far sì che Caleb e Camille siano costretti a ricomparire.
Vorrebbero insomma, per una volta, essere loro a determinare gli eventi, anziché venirne condizionati.

Riescono nell’impresa solo sino ad un certo punto, però trovano la forza di staccarsi definitivamente dai genitori, e una tale separazione li rende finalmente liberi: Annie tornerà a girare un bel film con una stimata regista “seria”; Caleb ricomincerà a scrivere, sfruttando una frase del padre trovata per caso, e intreccerà una felice, normalissima relazione con una studentessa di scrittura creativa.

Commento: Nei miei confronti il romanzo si trovava già in svantaggio sin dall’idea di partenza: a differenza dei Fang, per cui l’arte consiste nel compiere un’azione che provochi una reazione, io amo forme artistiche più tradizionali e figurative. Come lettrice, il rischio era dunque quello di fermarsi alla superficie della storia, riuscendo soltanto a vedere due allegri deficienti che per più di trent’anni mettono in scena stupide mosse prive di scopo e di senso. In realtà, ho afferrato che l’apparenza nasconde qualcosa di più profondo, penoso e angosciante: tuttavia non sono riuscita a condividerne nemmeno una piccolissima parte.
Caleb e Camille sono ammirevoli nella loro dedizione assoluta all’idea di arte che hanno sviluppato, lo sono un po’ meno nel momento in cui sembrano non curarsi delle conseguenze fisiche o psicologiche delle azioni che mettono in atto. Nei confronti dei figli, inoltre, hanno fatto valere un comportamento che rasenta la crudeltà, nel completo asservimento dei bambini a qualcosa che non era loro conforme. Asservimento che aveva trasformato Annie e Buster (non a caso noti non con i loro nomi, bensì come “A” e “B”) in semplici strumenti delle performance, attrezzi da usare, o da lasciar fare, nella maniera più indicata, per ottenere il risultato migliore.

I Fang hanno sviluppato tra loro fortissimi legami di affetto e di dipendenza, hanno vissuto momenti molto felici: ma per quei bambini ormai adulti solo la separazione può dare ulteriori frutti.
La seconda parte del romanzo, con l’organizzazione del bizzarro e probabilmente ultimo evento-Fang, è più interessante rispetto alla prima, in cui si assiste tanto alla rievocazione del passato quanto alle pietose condizioni in cui si trovano le vite di Annie e di Buster. In ogni caso l’insieme mi ha lasciata abbastanza indifferente: mancanza totale di coinvolgimento, con una punta di irritazione. La storia non mi ha toccato, i personaggi non mi hanno emozionato, lo stile, fluido ma lineare, in maniera probabilmente voluta, non mi ha fornito sorprese.
Una lettura che si è tradotta in pura e semplice esperienza accumulata.



Dalla letteratura al cinema
: Recentemente dal romanzo è stato tratto un film, che in Italia uscirà il prossimo 1° settembre. Non credo che correrò a vederlo, ma gli interpreti – e le loro facce – mi sembrano a priori assolutamente perfetti: Christopher Walken (Caleb), Maryann Plunket (Camille), Nicole Kidman (Annie), Jason Bateman (Buster). 




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5 commenti:

  1. Bisognerebbe porsi una domanda a proposito degli americani (cit.). Assolutamente sì. Ultimamente me ne pongo tante e le risposte non sono delle migliori. Trovo che quel popolo abbia ormai raggiunto livelli di superfetazione sensazionalistica da far andare "a remengo" qualsiasi contenuto, anche quando l'idea sembra essere ottima. Qui del materiale mi pare ce ne fosse, e parecchio: simulazioni, giallo nel giallo (ennesima farsa o omicidio? e se omicidio, per mano di chi?) travisamento del realismo ma - parliamoci chiaro - pur non avendo ancora letto il libro, la sensazione che mi trasmetti è quella di un film che è diventato subito videocassetta, ossia niente di memorabile. Carina anche l'idea di Annie che sfonda come super eroina anti nazista: omaggio citazionistico a Wonder Woman? Eh, mi sa tanto...

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  2. Gli americani hanno numerose buone qualità, ma per ciò che riguarda la letteratura non sono esattamente in cima alle mie liste di gradimento. A volte leggo i libri di Stephen King, dove di letteratura "made in USA" ce n'è tanta, e discussa criticamente con molta intelligenza, ma genericamente parlando rimango fedele ai miei "amori americani" di sempre: lo stesso Stephen King ovviamente, poi John Steinbeck (un amore di gioventù mai rinnegato) e James Ellroy, che è sì un delirio, ma che possiede anche uno stile affascinante (e che ha avuto la fortuna di essere tradotto in italiano da fior di professionisti).
    Il romanzo di Kevin Wilson lo lessi per caso, e tutto sommato non sono dispiaciuta di averlo fatto, però nei miei confronti ha tutti i limiti di cui parlo nel post. A parte la storia, che può prendere o meno, credo siano soprattutto i personaggi a risultare scostanti, troppo estremi. Caleb e Camille sono assurdi, surreali (benché non improbabili). Magari il film riuscirà a mettere il luce qualcosa di meglio, qualcosa di diverso: non saprei.
    Di sicuro nella storia ci sono anche tantissimi particolari divertenti, e la carriera cinematografica di Annie è una di esse (almeno finché le cose le vanno bene...); la sua eroina mascherata è davvero una sorta di Wonder Woman, e lì sta l'ironia, perché Annie è senz'altro una donna capace di essere tosta, a suo modo, contemporaneamente però è gravata da parecchie debolezze che le derivano proprio dalla sua infanzia disastrata.
    La cosa migliore del romanzo, a mio parere, è il fatto che Annie e Buster - tra centomila difficoltà - riescono alla fine a diventare persone nuove. E' un epilogo vagamente consolante... ti fa pensare che un giorno o l'altro potrebbe capitare anche a te!

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  3. io ho smesso di interrogarmi sui cosiddetti "casi letterari" da qualunque parte del mondo esis vengano. Questo perchè molti di quelli che ho letto, seppure piacevoli, erano romanzi assolutamente comuni, e molti altri addirittura brutti. La critica letteraria, così come quella cinematografica, quasi mai ragiona come il pubblico, e i suoi meccanismi sono quanto di più misterioso.

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    1. In effetti la pubblicità ha spesso un grande peso anche nell'editoria, e non sempre i romanzi esaltati con entusiasmo dalle classifiche sono poi davvero valevoli. Sempre meglio giudicare in proprio, dopo una lettura concreta.

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    2. Concordo con entrambe. Mi credevo un detestabile "outsider" perché non me la sentivo di seguire i gusti esaltati dal marketing e dalle masse e invece mi confermate che la mia non è affatto un'idea così peregrina. Diffido sempre dai gusti degli altri, specie se questi altri sono numerosi.

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