venerdì 15 luglio 2016

Aparicio, Presencia e il coguaro.

Ho scoperto - con un certo lieto stupore - che nelle "Note finali" della sua più recente raccolta poetica Sulle tracce dell'America Patrizia Villani ha citato come fonte la vecchia versione di questo blog, nel quale effettivamente compariva un brano parzialmente dedicato ad una delle poesie del libro (all'epoca ancora inedito). Ringrazio l'autrice per l'inattesa citazione, e me ne dichiaro piuttosto lusingata. Per offrire agli eventuali lettori (suoi e miei) l'occasione di trovare reale riscontro all'indicazione, ripubblico qui il vecchio post, la cui versione originale risale a luglio dell'anno passato.

 
APARICIO, PRESENCIA E (PURTROPPO) IL COGUARO.


L’ultima preghiera di Aparicio nelle fauci del coguaro”
, di Stefano Bortolussi (in Califia, pag.49-58; Jaca Book ed., 2014)

Sogno e preghiera di Presencia”
, di Patrizia Villani (in Sulle tracce dell'America; Moretti & Vitali ed., 2016]
 



Califia
,  bella raccolta poetica di Stefano Bortolussi, è coinvolgente e significante a livello integrale. Fra le ventisette che compongono la raccolta devo tuttavia confessare una certa preferenza personale per le poesie dell’ultima parte, non solo in virtù di un indiscutibile valore oggettivo, ma anche perché il loro carattere fortemente narrativo consente a quelle poesie di illustrare – tra mille suggestioni collaterali – ciò per cui, come lettrice, io vivo: ovvero, un buon numero di storie.
In quella sezione della raccolta si trova L’innato autolesionismo del plantigrado, la poesia che ricrea e trasmuta il personaggio di Philip Marlowe, la poesia che per me ha segnato l’inizio di nuovi percorsi di lettura. E lì si trova anche L’ultima preghiera di Aparicio nelle fauci del coguaro, il cui titolo dice molto (ma non tutto) sulla straordinaria narrazione a seguire.
Avevo già iniziato a riflettere e a scrivere sulla poesia in questione quando ho scoperto che Patrizia Villani, amica dell’autore, a sua volta ammirevole poetessa, ne ha composta un’altra assolutamente complementare: se Stefano Bortolussi ha dato voce ad Aparicio, Patrizia Villani ha fatto la stessa cosa con la moglie di lui, Presencia. Dato il profondo legame esistente tra i due personaggi (accennato nel primo canto, amplificato nel secondo) credo che considerare entrambe le poesie – le vicende, i sentimenti, i punti di vista – sia più che utile: quasi doveroso.


LA VOCE DI APARICIO
– Ad una svolta del sentiero che sta percorrendo al limitare del deserto che segna il confine tra Stati Uniti e Messico Aparicio, giovane bracciante in una piantagione clandestina di marijuana, viene improvvisamente assalito da un coguaro. Per lui non c’è modo di sottrarre il corpo al famelico strazio da parte della belva; la mente invece si abbandona fulminea ai ricordi: la vita incerta e miserabile vissuta sino a quel momento, le speranze difficili da realizzare, gli affetti lasciati forzatamente incustoditi: l’amatissima moglie Presencia e la figlia nata da poco, Carnación.
All’inizio il terrore e il dolore prendono il sopravvento, e al cospetto del suo sangue e delle sue carni a brandelli che si mescolano alla polvere Aparicio spera soltanto che tutto finisca rapidamente. Poi, così bello e potente finisce per essere il conforto di quelle immagini ricreate dalla coscienza sul punto di spegnersi che, contro ogni logica, Aparicio viene indotto a pregare perché al contrario la sua dipartita sia lunghissima e lenta.

LA VOCE DI PRESENCIA – Rimasta nella loro povera casa assieme alla figlioletta Carnación, Presencia eleva una preghiera per il ritorno del marito Aparicio, emigrato nella ricca America, alla ricerca di lavoro e di occasioni migliori. La donna si è improvvisamente svegliata da un sogno nel quale le è parso di udire il proprio nome, chiamato dal marito lontano.
Mescolando dolore e rimpianto con i morsi di alcune vaghe premonizioni, Presencia lamenta – per sé stessa e per la figlia che cresce ma non può ancora comprendere – tutto il peso dell’assenza dell’uomo amato, tutta l’angoscia per la forzata separazione.
Con ogni probabilità il silente pomeriggio nel quale Presencia si risveglia infelice e turbata è il medesimo pomeriggio nel quale Aparicio incontra il coguaro, e le paure vanno dunque a coincidere con la realtà. Presencia però, durante la sua preghiera, esprime soltanto ansiosi timori: ancora non possiede la stessa consapevolezza del lettore, ancora non sa che Aparicio è morto, e dunque non potrà tornare.


- Degne di un antico poema tragico, la storia di Aparicio e Presencia, la stagione breve del loro amore profondo, la loro sacrificata esistenza, risultano emozionanti e coinvolgenti.
Ricca di suggestioni cinematografiche e letterarie più o meno tangenziali (compreso il mio amato John Connolly) la vicenda di Aparicio è altrettanto ricca di rimandi alla realtà. Si colloca infatti sullo sfondo di un paesaggio vero, concretamente (e moralmente) difficile, quell’arida pista di confine tra Stati Uniti e Messico, non a caso denominata The Devil’s Highway, su cui si snodano i percorsi – ugualmente illegali, parimenti alimentati dall’avidità e dalla speranza – dell’immigrazione clandestina e del traffico di droga.
Potenzialmente la vicenda di Aparicio ha dunque una valenza abbastanza universale, dato che nel tempo migliaia e migliaia di messicani hanno cercato un’esistenza migliore oltre il confine; eppure, giocata com’è sull’esperienza di vita e di morte di un singolo uomo, riesce anche ad essere intima, particolare, unica e irripetibile. Il destino manifestatosi sotto forma di famelico coguaro appartiene innanzitutto ad Aparicio, solo a quel momento inevitabile, solo a quel luogo, a quella svolta del sentiero.
L’intero episodio possiede invero una strana, fatale religiosità, ribadita dal rapporto con lo strumento stesso di morte, che per Aparicio si converte non in supplica generica, ma in specifica preghiera. E numerosi sono gli elementi sacrali che contribuiscono a sottolineare il concetto: la roccia resa simile alla testa di un santo dall’azione dei venti e delle sabbie; l’immagine della Vergine che brilla (al neon) per la sua forzata assenza; i nomi di Aparicio, Presencia e Carnación, piccola “trinità” famigliare, magica e giocosa; l’ascendenza divina del coguaro, nel momento in cui lo si rievoca come antica e venerabile entità presso gli aztechi. Ci sarebbe da considerare naturalmente anche la vita umana, sacra per definizione, non fosse per il fatto che qui l’idea di vita pare già sostanzialmente perduta in partenza, disseminata com’è nel triste divario tra necessità e speranza.
Affiora invece, ed anzi si impone, una sacralità diversa, quella dei ricordi, anche infelici: è tutto ciò che Aparicio possiede nei suoi ultimi momenti, tutto ciò che ancora per pochi attimi lo trattiene nella realtà, tutto ciò che gli rimane, che lo giustifica come essere umano esistito nel tempo e nel mondo, nella contiguità con coloro che lo hanno amato, e che lui stesso ha amato.

L’ultima immagine che occupa la mente di Aparicio è quella della moglie: poco più che bambina al tempo del loro primo incontro, donna irripetibile in ciò che è venuto dopo. E’ in lei, è nel ricordo fluido e potente di un amplesso, che Aparicio si appresta a morire, chiedendo però di vivere ancora e ancora, accogliendo con gioia persino il dolore, pur di non doversi strappare da quel povero ed immenso tesoro.
Nel frattempo, lontana nello spazio ma vicina nel desiderio, Presencia cerca di continuare la propria vita. Resa inquieta dai brandelli del sogno dal quale si è improvvisamente risvegliata, la donna non può fare a meno di fissare il pensiero sui timori per il marito assente, sugli sforzi richiesti dalla necessità di sopravvivere senza di lui. Le sue preoccupazioni sono insieme peculiari e quotidiane: è consapevole dei rischi che il suo Aparicio corre in quell’America così aliena e promettente, è tormentata dai ricordi di tempi più felici, dalla vastità dei progetti cullati nella speranza, ma contemporaneamente non può trascurare la casa o la preparazione del cibo. Non può – né vuole – trascurare la piccola Carnación, quella figlia che Aparicio (ingannato dalla separazione) ricorda come una neonata dai tratti indefiniti, e che invece è ormai una bambina che cresce veloce, che pensa e fa domande alle quali è sempre più difficile rispondere. Un piccolo fiore vestito di rosso, un piccolo fiore nato sull’orlo di un fossato, un piccolo fiore che suscita amore e mille preoccupazioni.
Nell’attesa la madre, la moglie, la donna che Presencia continua ad essere va perdendo la propria saggezza e la propria pazienza, il proprio sonno. Il letto vuoto e freddo nel quale trascorre le sue notti inquiete, a suo tempo costruito dallo stesso Aparicio, richiama alla mente il letto leggendario costruito ad Itaca da Odisseo, e rende Presencia simile ad una Penelope consumata dal dubbio, lasciata sola con sé stessa, con tante domande, con una preghiera destinata a rimanere inascoltata.
Presencia ancora non sa – ma dovrà ben presto imparare – che la sua isola è già quasi sommersa dalle acque. E che all’orizzonte, non c’è né amore né fortuna né gloria, ma soltanto il silenzio.

© - Tutti i diritti riservati.

Nessun commento:

Posta un commento