giovedì 30 giugno 2016

L'ATTENTATO ("L'attentat", 2005), di Yasmina Khadra [Sellerio ed. 2016; trad. di Marco Bellini; pag.264] 




In breve: Romanzo bello e intelligente che aiuta a farsi un’idea su questioni terribilmente difficili.

Trama: Amin Jaafari è un medico quarantenne di origine araba, naturalizzato israeliano. Vive a Tel Aviv e lavora come chirurgo in un grande ospedale, dove si sta conquistando una fama crescente e sempre più consolidata. Ama la sua professione, ama la sua vita, ama la sua bella casa, ama la moglie Sihem ed è orgoglioso di ciò che è riuscito ad ottenere con fatica e determinazione: staccatosi dalla famiglia di origine – una tribù beduina dedita all’agricoltura, alla pastorizia e alla tutela delle tradizioni – ha perduto molto dal lato personale (il distacco dalla madre e dai molti parenti, la perdita di quel padre pittore e sognatore che lo ha lanciato nel mondo) però ha acquistato altrettanto: soprattutto la consapevolezza di svolgere un’attività non solo umanamente utile, ma addirittura indispensabile e benefica.Amin rappresenta la possibilità di integrazione, è un uomo felice e realizzato, quasi ricco, ma un brutto giorno il suo universo crolla all’improvviso: un attentato kamikaze fa strage in un ristorante di Tel Aviv e all’ospedale Amin passa ore terrificanti nella cura dei sopravvissuti e dei feriti. Il peggio però arriva per lui quando la polizia identifica la persona responsabile della strage: si tratta di sua moglie Sihem, che Amin credeva in visita alla nonna.
Dopo un’iniziale diffidenza nei sui confronti, gli investigatori riconoscono la totale estraneità di Amin nell’attentato: ma per lui inizia ugualmente l’inferno, costituito dal senso di perdita della donna amata e dalle tante domande senza risposta. Come è possibile che una donna bella, moderna, apparentemente felice come sua moglie si sia trasformata in un mostro capace di sopprimere vite innocenti? Perché non si è mai accorto di nulla? Cosa ha fatto mancare a Sihem perché lei decidesse di compiere quella scelta estrema? Come può accadere che un marito creda nel valore e nella tutela della vita umana, mentre una moglie mette in atto una tale nefasta distruzione?

Aiutato e spalleggiato dall’amica e collega Kim, Amin si sforza di riprendere in mano le redini della propria vita, ma l’impresa è faticosa e parzialmente fallimentare. La sua stessa posizione è ormai a rischio: gli ebrei lo odiano per ciò che ricorda loro, gli arabi diffidano di lui e lo considerano uno scomodo agitatore.

Seguendo labili indizi, malgrado i rischi e i molteplici ostacoli, Amin ricostruisce l’adesione di Sihem all’Intifada, favorita dal cugino Adel. Ma ancora non riesce a spiegarsi né ad accettare le motivazioni che hanno spinto la donna ad agire. Sihem gli ha fatto pervenire un biglietto postumo in cui afferma la propria convinzione morale, la necessità di agire contro l’ingiustizia e l’umiliazione del non avere una Patria, Amin però stenta ancora a comprendere.

Non lo aiuterà nemmeno un’ulteriore tragedia: il cugino Wissam si rende responsabile dell’ennesimo attentato kamikaze contro un posto di blocco e attira sull’intera tribù (alla quale Amin, in cerca di sensazioni positive e buoni ricordi, si è riaccostato) la vendetta legale degli israeliani, che provvedono a radere al suolo la vecchia casa di famiglia nei dintorni di Jenin.

Schiantata dal dolore e dall’umiliazione anche Fater, la sorella di Wissam, va ad unirsi ai gruppi eversivi; nel tentativo di ritrovarla e di salvarla da sé stessa Amin entra in città e rimane a sua volta vittima di un attentato: gli israeliani usano un drone per eliminare uno sceicco fondamentalista, e nell’incidente le vittime sono numerose.

Mentre si rende conto di essere morto, Amin rivive come in un sogno o in una visione meravigliosa i momenti felici dell’infanzia: un tempo lontano in cui tutto sembrava bello e possibile, in cui non c’erano dubbi o tormenti. Un tempo in cui il mondo sembrava ancora convenientemente fatto a misura d’uomo.

Commento: Ho letto il romanzo per la prima volta un paio d'anni fa: altra edizione, titolo leggermente differente, ma la sostanza della storia non cambia.
Ambientato tra Israele e la Palestina all'epoca del governo Sharon, il romanzo è imperniato sul difficile problema dei rapporti tra arabi ed ebrei,
sull’ardua definizione del confine tra il giusto e l’ingiusto in una questione che non vede – né vedrà mai – vinti o vincitori, ma solo vittime ed una spirale di odio potenzialmente infinito. Una delle cose migliori del libro (che il riassunto ovviamente non riesce a riprodurre in pieno) è l’atmosfera, il passaggio terribile di un uomo buono dalla vita tranquilla che ha condotto per anni ad un baratro senza fondo di dolore e incomprensione.
Ma assolutamente valevole ed efficace è anche la voce oggettiva dell’autore: Mohamed Moulessehoul, ex ufficiale dell’esercito algerino che scrivendo usa il nome della moglie, dato che le sue opere scomode gli hanno in passato attirato salda disapprovazione in Patria, e che pur essendo a sua volta arabo e musulmano, evita di assumere una posizione integralista o settaria, scegliendone invece una molto aperta, interessata e intelligente. Nel romanzo ci sono punti di vista, non risposte di valore assoluto: fatti, non vuote interpretazioni.

All’inizio c’è l’attentato che colpisce gli israeliani e tutta la sofferenza (tanto momentanea quanto storica) che ciò comporta; poi però la narrazione tende a spostarsi dall’altra parte, quella dei palestinesi, ed emergono anche le pene degli arabi, altrettanto storiche ed altrettanto profonde. A dispetto della considerazione che Amin nutre nei confronti della vita umana, i kamikaze si fanno portatori di morte perché credono in un’idea, perché sono stanchi e sopraffatti dalle umiliazioni, perché non vedono altra via per contrastare il rancore che li consuma. Il problema di fondo, al quale il romanzo non può né deve dare risposta, è che una tale situazione rende praticamente inesauribile la spirale di odio reciproco tra le due parti in causa: un anello crudele con un inizio lontano ed una fine improbabile.

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