lunedì 27 giugno 2016

DIARIO, poesia di Patrizia Villani [da "Conversazioni necessarie", Raffaeli ed., 2011; prefazione di Roberto Mussapi]




Cit."Il vetro grigio appannato d'inverno / non mi permette di dimenticarli / nella nebbia del mio fiato"



Non so se qualcuno se ne sia accorto – e se qualcuno se ne sia eventualmente preoccupato – ma questo blog è rimasto chiuso per un po’ di tempo. Come scrive Pennac, la vita è quella cosa che ti impedisce di leggere, ed attualmente i miei giorni sono sin troppo ricolmi di vita. Chiuso per un po’. Ma fiduciosamente lo riapro ora, e ricomincio laddove mi ero interrotta: da Patrizia Villani e dai suoi versi poetici, che continuano a parlarmi, a conversare con le mie esperienze personali, dicendomi ancora cose profonde e interessanti.
In attesa di riuscire a leggere e a studiare adeguatamente la sua nuova raccolta Sulle tracce dell’America (uscita proprio in questi giorni e accalappiata con brama tenace, grazie alla collaborazione di un’amica e di un benevolo libraio), torno al passato e vado a recuperare una vecchia poesia di Patrizia Villani, che proprio come un’anziana signora – fine e discreta – richiede ancora cura e attenzione.
Diario è una breve pagina staccata dalla realtà quotidiana dell’autrice, un piccolo notturno fatto di ore silenti strette tra la luce opaca di una stanza – probabilmente una cucina – e il freddo invernale incombente dall’esterno. Ore passate in attesa di indefiniti fantasmi, quelli delle persone care che furono e più non sono, quelli dei morti che esigono di non essere dimenticati; una notte che somiglia ad alcune delle mie notti, alla ricerca di voci, di conforto, forse di risposte a domande che sarebbe troppo difficile porre ad alta voce. Domande che alla luce cruda del giorno, nel rumore di mille altre cose da fare o da progettare, si mostrerebbero infinitamente meno probabili.
Nella poesia l’ambiente di fondo è spoglio, vagamente squallido, certamente essenziale. Caratterizzato tanto dal freddo sconfinato, reale e metaforico, quanto dalle cose non presenti, dalle privazioni di cui la voce narrante lamenta il peso: manca il conforto della primavera, come vizio del cuore e della mente, mancano il calore del sole e i cieli placidi annegati nel blu. Rimangono invece il vento grigio e le nuvole immobili, quasi a minacciare di poter rimanere lì per sempre.
C’è la notte e – implicitamente – c’è il silenzio, l’attesa, la speranza che accada qualcosa che sia degno di tramutarsi in scrittura e in poesia, oltre che in acquisizione della consapevolezza. Tuttavia, malgrado quello che si può immaginare come il lento trascorrere del tempo sino al mattino, l’intermezzo rimane apparentemente sospeso, privo di effetti e di accadimenti: i fantasmi non si manifestano, il silenzio perdura, l’attesa fallisce i suoi scopi, non avviene nulla che possa essere registrato. E alla fine – semplicemente - incomincia un’altra giornata.
Però, però… siamo poi davvero sicuri che i fantasmi abbiano del tutto disertato quelle stanze, quella cucina?
La rievocazione finale di un pane antico, il ricordo di una nonna che forse non c’è più, fanno sorgere invero qualche dimesso, tenue dubbio. Perché in fondo i morti non ci parlano affatto con le parole (dato che nell’infinito non ne hanno più, o forse ne hanno sin troppe), ma ci parlano piuttosto con le memorie, le lezioni e gli esempi che essi ci hanno lasciato. Parlare con loro equivale spesso a parlare con noi stessi: e ciò – quasi sempre – può e deve esserci sufficiente.

© - Tutti i diritti riservati.

Nessun commento:

Posta un commento