lunedì 5 dicembre 2016

FUOR D'ACQUA, di Stefano Bortolussi. [Prima edizione cartacea italiana, PeQuod ed., 2004; prima edizione digitale italiana, VandA publishing, 2015; pag.100. Per la copertina: foto di Nicola Bortolussi, grafica Network Comunicazione].
- Prima di essere pubblicato in Italia il romanzo ha avuto un'edizione americana: Head Above Water, City Lights Books, (2003); traduzione di Anne Milano Appel.


In breve: Dopo averlo conosciuto come impareggiabile traduttore e amabile poeta, non potevo davvero fare a meno di esplorare Stefano Bortolussi anche nella sua dimensione di narratore. Questo è il suo primo romanzo: non nuovissimo, ma vale più che la pena di essere letto.

Una citazione
: “ […] nutriva già i suoi amori di lettore, ed era ben disposto a rinunciare a una buona fetta di banale realtà per un semplice, delicato assaggio di finzione.

Trama
: Riccardo Mariano detto Cardo è un quasi quarantenne milanese, un po’ ossessivo e maniacale; romanziere, costituzionalmente tenderebbe ad anteporre la letteratura alla vita, ma è con la vita che dovrà vedersela. Infatti dopo dieci anni di matrimonio sua moglie Solveig, incontrata durante una vacanza giovanile in Norvegia, sta per dare alla luce il loro primo figlio, una bambina. Le cose vanno bene, ma solo in apparenza: malgrado l’innegabile amore che lo lega a Sol, malgrado l’imminente arrivo della piccola, un bel giorno, durante uno dei consueti pomeriggi di canottaggio all’Idroscalo, il Cardo si ritrova quasi per caso a tradire la moglie con una ventenne atletica e alquanto scriteriata di nome Caterina. La sveltina non ha grande importanza per nessuna delle due parti in causa; eppure, scoperta da Sol a tempo di record, avrà enormi conseguenze. Come l’Olimpia Zuleta di Gabriel García Márquez, il Cardo esce infatti dall’amplesso con un improvvido arabesco cutaneo lasciatogli dall’amante sull’onda del momentaneo entusiasmo: Sol non è cieca, dunque non stenta a trarre conclusioni inevitabili.
Ma a differenza della povera Olimpia che – vittima di un femminicidio ante litteram - finisce sepolta sotto un cespuglio di rose mutatosi nel tempo in una piccola giungla, il Cardo si scontra piuttosto con la speciale comprensione della moglie: giustamente incazzata nera, ma anche consapevole delle angosce che evidentemente lo attanagliano, Sol dà al marito l’opportunità di sondare e comprendere le ragioni dell’assurdo comportamento: senza drammi ma con fermezza torna in Norvegia dai genitori e lascia al Cardo il compito di scoprire cosa c’è che non va, se vuole  salvare il loro matrimonio. Lo esorta a pensare, a ricordare, a scrivere: e il Cardo, seppur tra mille incertezze, si impegna a farlo davvero. Inizia scrivendo e-mail alla moglie, per poi passare all'idea di un romanzo che rimarrà sospeso (ma non del tutto, perché in realtà il romanzo c'è, ed è lo stesso Fuor d'acqua).
Riccardo ripercorre così la propria infanzia, segnata dalla scomparsa di un padre esuberante che dopo lo stupido incidente causa della morte del figlio minore aveva abbandonato la famiglia, facendo  perdere le proprie tracce; e poi l’adolescenza, contraddistinta da normali goffaggini umane e da un impegno politico in odor di surrogato interiore; infine l’età più adulta, e la cintura di salvataggio rappresentata dal buffo – ma fondamentale - incontro con la bella e volitiva Sol.
Il nodo sostanziale dei problemi del Cardo risiede proprio nel cumulo psicologico avviato nel suo lontano passato: i sensi di colpa per la morte del fratello Michele, e la perdita del padre, che quei sensi di colpa aveva incentivato.
Il percorso mentale intrapreso, la paziente ma dinamica attesa da parte della moglie,  e qualche felice coincidenza porteranno il Cardo a scovare le (incredibili) tracce perdute del padre, e soprattutto a riconciliarsi con i propri trascorsi. Accettando con maggiore equilibrio il fatto di essere stato un figlio, Riccardo si aprirà infine con trepida gioia alla piena possibilità di diventare a sua volta padre.

Commento
: Bizzarra love story intralciata da un’altrettanto bizzarra crisi esistenziale, il romanzo  non manca dunque di un happy end; in genere io detesto l’happy end, in questo caso però lo trovo  assolutamente adeguato. Del resto non vado pazza nemmeno per le storie sentimentali, ma il rapporto tra Riccardo e Solveig, benché romantico a suo modo, è anche fertilizzato da un tenero umorismo che non può che renderlo molto simpatico.
Se vi aggrada, considerate pure la storia del romanzo come una sorta di fiaba gentile ed energica per bimbi grandi; personalmente la vedo più come un gustoso pezzo di vita ricomposto a mosaico grazie a tanto volonteroso scotch.
Riccardo infatti non è certo un eroe senza macchia, ma non è nemmeno un’infame carogna: più semplicemente è un uomo che cerca di vivere normalmente e tranquillamente, ma bene che vada – come spesso accade nella realtà – ci riesce una volta su tre.
In quanto a Sol, non si può che rimanere incantati dal boreale (ma non incurante) aplomb con il quale affronta gli eventi: la gravidanza, la crisi coniugale, il ritorno a luoghi che aveva lasciato senza rimpianti, la stessa incertezza sulla capacità da parte del marito di arrivare a fronteggiare ciò che lo rode. Possiede una sorta di calmo vigore che finisce quasi per negare l’antinomia: e alla fine, sarà lei ad avere ragione.
Belli anche gli altri personaggi: Corrado Mariano, padre straripante ma affettuoso: scappa di fronte al dolore che non sa come giustificare e – seppur negato per la cucina – finisce a fare il cuoco su di una scalcinata nave mercantile (nota personale: mi ha molto toccato la citazione del Talismano della Felicità, uno dei tre libri su cui in pratica ho imparato a leggere da bambina); poi Gioia e Felice, gli amici del Cardo le cui esternazioni consentono al linguaggio del romanzo di giocare allegramente con se stesso; e tutti i norvegesi, loquaci o taciturni, espliciti o allusivi che siano.
In generale ci sono tre cose che mi attraggono nella gente, e me la rendono vagamente sopportabile: l’intelligenza, meglio se poco esibita; la capacità di farmi divertire; e – nel caso si tratti di gente che scrive – l’uso di uno stile interessante e personale. Direi che con questo romanzo Stefano Bortolussi ha realizzato un bell’en plain.

Collegamenti esterni: Fuor d'acqua in Wikipedia.


© - Tutti i diritti riservati.

lunedì 14 novembre 2016

INFERNO ("Inferno", 2013), di Dan Brown [A.Mondadori ed., 2013; traduzione di Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo, Roberta Scarabelli; pag.522]  


In breve: Romanzo adatto ai lettori curiosi e agli amanti delle tematiche dantesche, e più in generale a tutti coloro che si accontentano di sfogliare libri per trascorrere qualche ora spensierata.
Protagonista della storia è di nuovo Robert Langdon, il professore americano di simbologia che fece la sua prima apparizione ne Il Codice Da Vinci: personaggio degno di attenzione, che in mani diverse risulterebbe forse anche più attraente.


Trama
: Sera di lunedì 18 marzo (l’anno è dunque il 2013). Robert Langdon si risveglia in una stanza d’ospedale e non ricorda nulla delle ore precedenti. E’ stato ferito alla testa – probabilmente gli hanno sparato – crede di essere ancora in America e invece scopre, con grande sgomento, di trovarsi in Italia, a Firenze.

Lo assiste la dottoressa Sienna Brooks, una bella ragazza bionda, che però non è in grado di aiutarlo a superare immediatamente l’amnesia da cui è evidentemente afflitto.
Tormentato da visioni in cui un’affascinante donna anziana dai capelli d’argento gli chiede aiuto, Langdon scopre nascosto nella fodera della sua giacca una specie di piccolo proiettore ultratecnologico, in grado di riprodurre un’unica immagine: la Mappa dell’Inferno, un inquietante dipinto di Botticelli ispirato all’opera maggiore di Dante Alighieri. Il quadro è stato modificato rispetto all’originale e rivela di contenere un messaggio che per Langdon e per la dottoressa Brooks sarà solo la prima tappa della lunga ed angosciante ricerca di qualcosa di terribile e pericoloso: un agente patogeno, nascosto in un luogo ignoto (una “laguna da cui non si vedono le stelle”) ad opera del dottor Bertrand Zobrist, brillante genetista che risulta essersi suicidato pochi giorni prima, gettandosi da una torre fiorentina.
Zobrist era un esponente di rilievo del cosiddetto movimento transumanista, credeva cioè nell’obbligo da parte dell’uomo di migliorare se stesso e la specie. Credeva anche che l’ostacolo maggiore a questo miglioramento fosse la sovrappopolazione mondiale, perché già a metà del XXI secolo gli oltre otto miliardi di abitanti avrebbero portato la Terra in condizioni di non ritorno: esaurimento delle risorse, eccesso di inquinamento, mancanza di spazi vitali. I prodromi dell’Apocalisse, insomma: l’inizio della fine. Per evitare il disastro, Zobrist si era fatto ispirare dalla Storia, dal momento in cui la Peste Nera del secolo XIV aveva ridotto di un terzo la popolazione europea, aprendo nuove prospettive di sviluppo per i superstiti e, sul lungo termine, favorendo addirittura l’avvento del Rinascimento. L’agente patogeno da lui sviluppato dovrebbe servire proprio a questo: causare un’epidemia mondiale in grado di ridurre drasticamente la popolazione, in modo che l’umanità possa ricominciare da zero. Il folle progetto è stato chiamato Inferno, perché è attraversando l’abisso che Dante riuscì ad ascendere sino al Paradiso.
La ricerca porta Langdon e Sienna in vari luoghi, a contatto con numerosi personaggi, di volta in volta preziosi alleati o pericolosi nemici. Alla fine i due riescono comunque a raggiungere la famigerata laguna. Lì avranno ulteriori sorprese, tra cui la più grande riguarda la natura dell’agente patogeno creato da Zobrist: quella, come molte altre cose dell’intera vicenda, non è esattamente ciò che ci si sarebbe aspettati di dover fronteggiare.


Commento
: Sempre, sin dai tempi de Il Codice Da Vinci, con Dan Brown ho avuto un pessimo rapporto; l’unico particolare che di lui mi incuriosisce è il fatto che viva nel New England. Per il resto, non apprezzo le sue storie pretenziose ed eclatanti, né il suo stile a volte eccessivamente descrittivo, privo di fascino e di significati profondi. Sono convinta che i suoi romanzi siano leggibilissimi, fruibili per curiosità o per passare il tempo: tuttavia la narrativa che mi interessa in maniera più vera sta da un’altra parte. Intendiamoci: non si tratta di snobismo, dato che la letteratura d’evasione ha un suo perché; però i romanzi di Dan Brown li si legge, li si gode per un momento, poi li si può dimenticare senza dolore. Non hanno peso, né profondità.
Confesso che questo romanzo in particolare a tratti l’ho trovato abbastanza noioso, cosa evidentemente molto contraria alle intenzioni dell’autore. Il fatto è che per un lettore italiano anche solo mediamente colto, questa storia non offre le stesse sorprese che può concedere ad un lettore americano: per noi le escursioni “turistiche” di Firenze o di Venezia, i monumenti, le divagazioni intellettuali sull’Umanesimo e sul Rinascimento, e persino le digressioni dantesche, non sono esattamente roba nuova: se a scuola abbiamo prestato un minimo di attenzione alle lezioni di storia e di letteratura, hanno il preciso sapore del dejá vù. Più in generale, si tratta di nozioni, idee e concetti che ci risultano tutt’altro che estranei o sconosciuti: sentirceli ribadire da uno scrittore americano, non fa un bell’effetto. Persino le citazioni in latino non rappresentano un problema insormontabile, laddove i personaggi si trovano magari in maggiore difficoltà.
A ciò si aggiunge il fatto che il romanzo manifesta spesso un fiato corto abbastanza limitativo: i personaggi fanno tante cose, si spostano parecchio, corrono rischi ed affrontano eventi numerosi, ma a causa della piattezza dello stile narrativo, ci si sente ben poco coinvolti nelle loro vicende.
Ulteriore svantaggio è poi dato da un certo grado di prevedibilità della vicenda: l’autore gioca sì in maniera “sporca”, introducendo depistaggi e voluti fraintendimenti (come l’ambiguità che riguarda l’identità dell’amante di Zobrist, che sembra essere una persona del tutto diversa da quella che in effetti è), o facendo ricorso alla fabbricazione di un inganno maestoso che coinvolge tanto Langdon quanto il lettore, però alla fin fine la storia presenta una quantità di misteri molto inferiore a quella che si vorrebbe proporre. Ad un certo punto, ad esempio, un lettore attento (che conosca magari anche il Baudolino di Umberto Eco) è perfettamente in grado di dire dove possa trovarsi la laguna misteriosa e priva di stelle in cui Zobrist ha posizionato l’agente patogeno: in netto anticipo su ciò che Langdon raggiunge con tanto pericolo e fatica.

Il romanzo insomma è forse stato scritto con applicazione e impegno, con il conforto di abbondanti ricerche e con un certo entusiasmo per un tempo lontano che ci ha lasciato un’eredità immortale di cui dovremmo essere eternamente grati: il risultato però mi sembra piuttosto scarso rispetto alle premesse. E tra l’altro, ad un certo punto, viene anche spontaneo chiedersi come mai – seppur motivato dal desiderio che tutti sappiano ciò che ha fatto, e convinto di essere in netto vantaggio sugli avversari – il geniale Zobrist abbia seminato tante tracce del proprio operato: certo, se avesse taciuto, non ci sarebbe stato il romanzo, ma ciò non depone a favore di una maggiore credibilità.



© - Tutti i diritti riservati.

giovedì 13 ottobre 2016

I PICCOLI FUOCHI ("The Little Fires"), di Ben Pastor [Sellerio ed., 2016; pag. 543. Traduzione di Luigi Sanvito]  



In breve: Decimo romanzo dedicato dall’autrice alle vicende belliche ed esistenziali di quello straordinario personaggio che è Martin-Heinz Douglas Wilhelm Friederick von Bora, ufficiale della Wehrmacht e collaboratore dell’Abwehr durante il Secondo conflitto mondiale: la guerra vista dal punto di vista del “nemico”, con gli occhi di un soldato tedesco che riesce però ad essere innanzitutto un uomo degno di questo nome.
All’interno del ciclo il romanzo – come tutti gli altri volumi usciti dopo la Venere di Salò – costituisce un flashback, e riporta l’attenzione del lettore alla Francia occupata del 1940. Cronologicamente si trova dunque ad essere il quarto episodio della saga, dopo La canzone del cavaliere (guerra civile spagnola), Il signore delle cento ossa (avvisaglie della guerra mondiale) e Lumen (campagna polacca). Precede La strada per Itaca (campagna di Grecia).

Incipit
: Apparentemente semplice e pacato, l’inizio del romanzo è in realtà straordinario, forse il più bello dell’intera saga. Nel Prologo, costituito dalla lettera privata di un cittadino francese, Martin Bora entra paradossalmente in scena attraverso gli occhi di un cieco. Se volete, mettete pure in relazione la cosa con il modo in cui i tedeschi definivano Parigi occupata: Stadt ohne Gesicht, ovvero “la città che non ti guarda”.

Trama
: Parigi, 24 ottobre 1940. E’ una città grigia e piovigginosa quella che accoglie l’arrivo di Martin Bora, proveniente da Berlino. I Servizi Segreti, con i quali collabora ormai da tempo, lo hanno incaricato di rintracciare e sorvegliare con discrezione il capitano Ernst Jünger, eroe della Prima guerra mondiale, scrittore ed intellettuale alquanto controverso. All’insaputa del colonnello Kinzel, suo superiore nell’Abwehr, Bora si incontra però anche con il Generale Blaskowitz, attuale governatore militare della Francia del Nord: proseguendo per suo ordine una scottante e segretissima indagine sui crimini di guerra commessi dalle SS, Bora riceve l’incarico di incontrare A Parigi un utile testimone. Come se non fosse già abbastanza complicato destreggiarsi tra la mirata crudeltà di Kinzel e i due contrastanti incarichi, quello ufficiale e quello riservato, Bora di lì a poco viene coinvolto anche nell’indagine su di un omicidio “eccellente”: la moglie di un alto ufficiale della Marina è stata uccisa poco più di una settimana prima, e dietro richiesta diretta dell’Ammiraglio Canaris – amico personale del Commodoro Arno Hansen-Jacobi, marito della defunta – Bora è suo malgrado costretto ad avviare una difficile inchiesta. Sono molti i particolari da chiarire, e scarsa è la collaborazione delle persone coinvolte. Marie Goumelen, questo il nome della vittima, era una cinquantenne di origine bretone, proveniente da una ricca famiglia, sposata non troppo felicemente con un ufficiale tedesco in cui il fascino della divisa, che poteva averla attratta da giovane, si era da tempo estinto. La donna è stata picchiata con violenza e successivamente annegata; alcuni particolari fanno sospettare che il luogo del ritrovamento del corpo – una vasca di lavaggio nella campagna bretone – non coincida con il luogo effettivo dell’omicidio. Altrettanto problematico il movente: una rapina finita male (i gioielli della donna sono spariti), oppure avidità di qualcuno, famigliari compresi, nei confronti della ricca eredità che Marie lascia dietro di sé, o ancora oscure motivazioni legate al risentimento. Ad un certo punto emerge la possibilità che Marie fosse stata vittima di un ricatto, mentre sullo sfondo si agitano persino le ombre dell’indipendentismo bretone.
Per seguire la sua indagine Bora lascia Parigi e va ad abitare in un rudere della campagna bretone, presso Gildas Hervé, un ex sacerdote spretato in seguito al tentato omicidio del proprio vescovo.
L’uomo, con il quale Bora finisce per instaurare uno strano ma profondo legame umano, è solo uno dei tanti personaggi straordinari che il romanzo presenta, e che Bora ha occasione di avvicinare; tra gli altri è almeno il caso di citare Catherine Le Polozec detta Katen, merlettaia e sarta meticolosa e attenta che non può sopportare i bottoni scuciti, e La Mome Chouette, cantante di cabaret bruttina ma affascinante che in Bora lascia tracce di profonda inquietudine.
Sostanzialmente l’esito finale di tutti gli incarichi di Bora è positivo: l’ineffabile Jünger viene contattato senza problemi e finisce addirittura per affiancare Bora in parte dell’indagine sull’omicidio; il testimone di Parigi – un presunto rigattiere polacco – trasmette la sua sconvolgente dichiarazione; infine anche le tristissime circostanze della morte di Frau Jacobi vengono interamente chiarite, e un bagliore di sole, dopo tanta pioggia, illumina finalmente il momento in cui Bora si avvicina alla rivelazione finale. I colpevoli del delitto sconteranno la pena adeguata, chi in tribunale chi secondo una giustizia più generica. Di lì a poco Bora, che in Francia ha scoperto cose non solo esterne a se stesso, si appresta a partire per raggiungere la sua nuova destinazione.

Commento
: L’autore che dia vita ad un ciclo romanzesco si trova in una strana ed affascinante posizione: si forgia il concreto diritto a godere di alcuni vantaggi, ma si espone potenzialmente ad affrontare anche qualche spiacevole rischio. Nel corso di una saga più o meno lunga il lettore finisce infatti per affezionarsi ai protagonisti e ai personaggi ricorrenti, immedesimandosi nelle loro vicende, bramandone inevitabilmente la prosecuzione; costruito senza un saggio equilibrio il ciclo romanzesco rischia però facilmente di cadere nella ripetitività e nella monotonia, quando non addirittura nell’assoluta inutilità.
Per nostra fortuna non si può dubitare del fatto che Ben Pastor appartenga al genere di autori che riescono perfettamente e con apparente facilità a governare la propria scrittura, cosicché i dieci romanzi da lei dedicati (per ora) alle avventure belliche ed esistenziali di Martin Bora non sembrano certo né troppi né irrilevanti, quanto piuttosto necessari. Benché conosciuto e letterariamente presente ormai da parecchi anni, Martin Bora non somiglierà mai ad un attore che a fine rappresentazione si ostina stancamente a tornare alla ribalta ancora e ancora, sperando di continuare a ricevere quegli applausi che lo hanno accolto all’inizio: la dignità e la misura che lo caratterizzano come personaggio, e che in parte gli derivano dalle analoghe qualità della sua creatrice, negano assolutamente questa eventualità. Ogni romanzo del ciclo che lo riguarda, ogni racconto ed ogni singolo episodio non fa che arricchire, approfondire e valorizzare il suo modo di essere, migliorando e perfezionando l’ardua conoscenza che il lettore può avere di lui. Martin Bora infatti non è un personaggio facile, si rivela lentamente, con estrema ritrosia, e il tentativo di afferrare tutto ciò che c’è da capire impegna il lettore ad usare un’intelligenza paziente, ben ricompensata solo al momento più opportuno.
Ci sono vari aspetti nella saggezza con la quale Ben Pastor ha costruito il suo ciclo romanzesco: ad esempio, anche se un piano generale dell’opera è indubbiamente esistito sin dall’inizio, l’autrice non si è mai lasciata condizionare da un rigido ordinamento temporale, optando invece per una cronologia alquanto scompaginata, all’interno della quale ciascun romanzo si è imposto di per sé, con le proprie rispondenze, le proprie vicende, i propri significati. Spetta al lettore stabilire le necessarie connessioni tra ciò che accade prima e ciò che accade dopo: fatica forse, ma ottiene soddisfazione nel momento in cui riesce a valutare qualunque cosa alla luce di ciò che già conosce. Qui ad esempio si sviluppano dolore e rabbia nel trovare accenni affettuosi a quel nonno Franz-August che morirà il 13 dicembre del ’44 assieme alla sua casa editrice, requisita dalla Gestapo; o all’impossibile Dikta, la moglie che Bora ha amato al di sopra dei suoi meriti e che lo illude con il miraggio di quei tre figli che in realtà abortirà poi in segreto, qua e là in varie parti d’Europa.
Nel tempo Martin cresce e cambia moltissimo, come uomo e come soldato, vive o ricorda secondo i casi: ma la cosa più importante è che non ci sono mai contraddizioni interne nella sua presenza. Ormai è quasi più persona, che personaggio, e come tale possiede un’esistenza del tutto coerente.
In questo romanzo è giovane, sposato da poco più di un anno, ancora agli inizi della sua carriera. Alle spalle ha esperienze belliche limitate, per quanto non del tutto insignificanti: le più rilevanti lo attendono comunque di lì a qualche anno, la Russia soprattutto, e per ragioni differenti anche l’Italia. Si ritrova in una città che conosce bene ma che nelle nuove condizioni gli appare quanto mai aliena ed estranea, del tutto separata dalle sue esperienze precedenti. Inizia già a sviluppare quel disinganno che in seguito diventerà più profondo, ma tutto sommato le illusioni reggono ancora abbastanza. Impegnato nell’ennesima indagine su di un omicidio strano e complicato, Martin Bora si trova invero a doversi occupare di molte cose diverse. Anche di se stesso, benché forse non vorrebbe ammetterlo.
Noi lettori affezionati invece lo abbiamo imparato come si deve: i romanzi gialli di Ben Pastor non sono mai stati né semplici gialli né semplici romanzi. Io li definirei piuttosto tonici per l’animo e la mente.

© - Tutti i diritti riservati.

mercoledì 12 ottobre 2016

SULLE TRACCE DELL'AMERICA, di Patrizia Villani [Moretti & Vitali ed., 2016; pag126. In copertina: foto di Michael R.Bergstein (Kingston Train , 2009)]   



In breve: Viaggiare: lo si può fare con molti mezzi di trasporto, tanto reali e concretissimi, quanto ideali e favolosi: il cuore, la mente, l’immaginazione, la memoria, il sogno o il desiderio.
In questa raccolta – nel tempo, nello spazio, nell’osservazione e nella ricostruzione - si viaggia con la poesia.

Il contenuto
: La raccolta comprende quarantun poesie (in genere prive di un titolo vero e proprio) che, escluse quelle appartenenti al Prologo e all’Epilogo, sono suddivise in quattro sezioni dall’intestazione in inglese: Brave New World, Bridges Over Troubled Waters, Frontiers & Heroes, No Promised Country. Tutte le liriche, ciascuna a suo modo, riguardano l’America, recuperata nella sua storia, nella sua geografia, nella sua letteratura, e in gran parte di quelle anomalie (a volte dolorose, a volte ricche di fascino) che hanno accompagnato il Paese nel suo tragitto dal passato remoto al presente.
L’ultima poesia ha un carattere più privato e autobiografico: riguarda un viaggio transatlantico compiuto dall’autrice e dal suo compagno nella triste e improvvisa occasione della scomparsa del padre di lui.
Le due poesie che costituiscono il prologo e il congedo costruiscono invece un discorso che coinvolge più direttamente la platea dei lettori e il loro rapporto prima con ciò che si apprestano a conoscere, poi con ciò da cui stanno per distaccarsi.

Commento
: Quel genio bizzarro e chiaroveggente che fu Matthew Shiel, in uno dei suoi romanzi scrisse che le donne amano le storie. Non so su cosa esattamente egli fondasse una tale ammirevole  convinzione, ma non mi sento certo di contraddirlo, dal momento che io le storie le amo parecchio. E come me sembra amarle anche l’autrice di questa bella raccolta, tanto da dichiarare sin dalla lirica iniziale “Verrò da te ogni giorno con una richiesta / ingenua e prepotente, sempre la stessa: / raccontami una storia, un’altra ancora / perché questa, questa sola, non mi basta”.
Le pagine successive si configurano appunto come una sorta di antologia, una collezione scelta di cronache e racconti che nella loro variegata natura vanno a definire i contorni di una Storia e di una Terra. Contorni ampi e tutto sommato ancora molto aperti al futuro, all’interno dei quali il verso lungo – talora lunghissimo – mostra un impeto narrativo, un desiderio di raccontare e descrivere che a volte sembrano prendere decisamente il sopravvento nei confronti della suggestione: eppure, in realtà, la assecondano e la rifiniscono, perché la potente esattezza della parola non manca mai di suscitare mille pensieri, idee che per il lettore si riverberano incessantemente tra la conoscenza e l’immaginazione.
L’America di cui si parla infatti non è un territorio – mentale o geografico – totalmente ignoto, nemmeno per colui che eventualmente non lo abbia mai toccato davvero: la storia studiata a scuola o rivista in TV, e ancor più il cinema, la letteratura, la musica: sono tante le cose che nel tempo possono aver costruito la nostra “esperienza” dell’America, e che dalle poesie di questa raccolta vengono di volta in volta rafforzate, temperate o magari corrette e indirizzate verso spazi nuovi.
Le tematiche scelte portano molte delle poesie ad essere affollate se non proprio di individui, almeno dei loro pensieri, delle loro esperienze o delle loro memorie; ma bellissimi sono in genere anche i paesaggi maestosi preesistenti a qualunque cosa, compreso l’uomo che poi vi è transitato o gli dei che forse li hanno visitati: le foreste, i fiumi, i pascoli, i bisonti.
La cronologia delle liriche è piuttosto ampia: parte dal periodo precolombiano per approdare ad epoche a noi più prossime, attraverso infinite guerre e conquiste, seguendo lo sviluppo di un progresso non necessariamente positivo che ha lasciato dietro di sé numerose vittime innocenti, dagli indiani decimati dalle malattie e relegati nelle riserve, agli schiavi neri che riversarono nel blues le loro anime addolorate, a tutti coloro i cui sogni e le cui speranze si sono rivelati ben più fragili della solida realtà. Compare l’omaggio all’America marginale celebrata da Faulkner, ma anche il disincanto di un Dashiell Hammett spossato dalle infermità e dall’accanimento maccartista. Non di rado c’è una maestosità malinconica ma solenne perfino nella sconfitta: Hobo (una delle mie liriche preferite) narra i sogni infranti di libertà attraverso le esperienze di uno di quei vagabondi che viaggiavano sui treni merci, disperdendone la voce in un finale struggente, efficace persino dal punto di vista grafico, dal momento che lì le parole si disseminano sulla pagina come gocce di sangue su di una strada cosparsa di polvere.
In conclusione, lo avrete capito: questa raccolta poetica mi è piaciuta moltissimo.
Qua e là nel creato, a volte, ci sono cose degne di attenzione e di rispetto, e Sulle tracce dell’America è una di queste.

Collegamenti
: Nel blog è consultabile anche la recensione estesa di una delle poesie del libro, Sogno e preghiera di Presencia: la vita, l’amore e la morte sul confine – geografico e mentale - tra Arizona e Messico.

© - Tutti i diritti riservati.

mercoledì 21 settembre 2016

HAPPY BIRTHDAY, DEAR Mr. KING





La mia liaison dangereuse con Stephen King affonda le sue radici nella notte dei tempi. Per evitare di addentrarci in specificazioni cronologiche che potrebbero risultare imbarazzanti tanto per lui che per me, mi limiterò a dire che in un certo senso siamo cresciuti insieme: come scrittore Big Steve, come Fedele Lettrice la sottoscritta. Entrambi felici e soddisfatti; lui ricco, io un po' meno.
Durante la mia adolescenza avevo già sviluppato un grande interesse per l'horror in tutte le sue forme; credo di essermi fatta accompagnare da mio padre a vedere una buona metà dei film di Dario Argento o quant'altro di sanguinolento e terrificante il mercato potesse offrire all'epoca. Probabilmente papà non si è ancora ripreso, ma il mio gusto per il macabro si è poi velocemente ed allegramente esteso dallo schermo alla pagina scritta, con una netta preferenza - da un certo punto in avanti - per le storie di vampiri.
Dracula di Bram Stoker e Carmilla di Le Fanu, ovviamente; più tardi i romanzi di Anne Rice ed una serie infinita di racconti più o meno apocrifi, più o meno belli e interessanti.
Finché un bel giorno la mia attenzione inciampò nella più felice delle occasioni che mai scaffale di libreria abbia ospitato: Le notti di Salem (io però preferisco chiamarlo con il suo titolo originale, Salem's Lot), e l'autore era naturalmente un giovane Stephen King, in Italia ancora relativamente famoso e venduto.
Da quel momento non ci siamo più lasciati: nel tempo ho letto tutto quello che lui ha prodotto (anche sotto pseudonimo) e se in genere ho preferito attendere le edizioni italiane dei suoi libri, è solo perché l'impeto vorace nel leggerli ben poco si adatta ad una lingua che non sia la mia lingua madre. Ricordo ancora con angoscia il periodo in cui Stephen King decise di emulare l'esempio di Dickens, facendo uscire a dispense mensili Il miglio verde: furono necessari sei mesi (più di centottanta giorni!) per arrivare a leggere la fine di uno dei romanzi più intriganti da lui prodotti... spero non lo faccia mai più. La lettura in italiano del resto non mi ha impedito di esplorare le versioni originali, e comunque mi ha condotto a conoscere quello che (prima dell'attuale dispersione) era diventato il traduttore per eccellenza di Stephen King: il benemerito Tullio Dobner.
Ma lasciatemi tornare per un momento a Salem's Lot, perché è lì che tutto è cominciato.
Il romanzo parlava di vampiri, certo, ed era anzi una specie di tributo alle origini europee del mito; ma soprattutto già presentava quelle che avrei poi riconosciuto ed amato come due delle principali caratteristiche nell'opera del Nostro: aveva una storia statificata e collettiva, fatta di tante storie individuali, e riusciva a mescolare in maniera meravigliosa il presente dei suoi personaggi con il loro passato, con ciò che li faceva essere così com'erano.
Storia profondamente americana, tra l'altro, eppure anche profondamente immaginativa, tanto che la cittadina di Salem e il Lot (come più tardi Derry, Castle Rock o Haven) sono creazioni kinghiane, benché ispirate a luoghi reali e ormai tanto conosciuti ai Fedeli Lettori da essere in certa misura reali a loro volta.
In seguito Stephen King ha scritto libri più complessi e persino migliori, ma è con Salem's Lot che ho scoperto ed ho imparato ad amare il suo modo di scrivere e di costruire le storie: Carrie lo ha reso popolare in tutto il mondo (grazie tra l'altro al film bruttino che ne fu tratto), ma Salem's Lot lo ha dato a me per sempre. E me lo ha dato non tanto come "re del brivido" o "re dell'orrore" che dir si voglia, quanto piuttosto come scrittore puro e semplice: alcune delle sue cose più belle hanno un rapporto piuttosto labile con l'horror così come lo intende il mercato, o magari non l'hanno affatto. Di sicuro in Stephen King, laddove c'è qualcosa di inquietante o misterioso, non resta mai abbastanza spazio per lo splatter: lui sarà anche cresciuto con B movies e pulp magazines, ma poi si è evoluto ben al di là dei limiti di genere. Gli piacciono le STORIE, e grazie al cielo ha sviluppato sufficiente talento per farle vivere sulla pagina. Ma se volete attirarvi le sue ire e il suo sarcasmo, chiedetegli: da dove prende le sue idee? (perché in realtà sono le idee che prendono lui... ).
Leggendo Stephen King costantemente e con continuità si riesce ad instaurare con lui un bellissimo rapporto: non solo perché i suoi romanzi hanno spesso prefazioni o postfazioni che contribuiscono a collocarli con esattezza nella biografia kinghiana, ma anche perché ci si rende conto che nel tempo Stephen King ha creato un mondo, o meglio un insieme di mondi, molto complesso eppure coerente. Le sue storie presentano agganci con altre storie precedenti, i suoi personaggi conoscono e citano altri personaggi, la realtà narrativa di un romanzo va ad intrecciarsi - per poco o per molto, a seconda dei casi - con altre realtà narrative dello stesso autore, il tutto secondo linee molto libere che però risultano famigliari al lettore e lo fanno "sentire a casa".
Stephen King insomma ha dato vita nel tempo ad una sorta di comédie humaine postmoderna e molto americana, animata da quella che lui stesso definirebbe "sporca poesia": qualcosa che suscita un sentimento di calore che secondo la mia esperienza ben pochi altri scrittori riescono ad uguagliare, o anche solo ad avvicinare.
Ed è questo che fa di Stephen King un grande scrittore: non la popolarità, le classifiche di vendita, i soldi o i diritti cinematografici: bensì la sua unicità.
In lui c'è un amore straordinario per le storie e per i personaggi, per tutto ciò che nel bene, nel male e nei livelli intermedi appartiene all'uomo in quanto tale.
E' una sorta di umanista anacronistico e geograficamente dislocato: questo spiega l'impegno dei suoi personaggi nel combattere le battaglie che sono chiamati ad affrontare, magari a costo della vita. Ma crede anche in molte altre cose, nei miracoli e nella magia, nei miracoli che sono magia: e questo spiega tutto il resto, la meraviglia e il terrore che fanno parte dei suoi mondi.
Lo ammetto: Stephen King ha scritto anche romanzi poco riusciti (Christine, L'acchiappasogni, Revival) o decisamente bruttini (Cell). Ma sul versante del gradimento, se dovessi indicare in assoluto un unico romanzo, non potrei farlo perché ciascun romanzo mi ha dato qualcosa di particolare.
Forse potrei citare IT, il più corposo e complesso, o la lunga saga de La Torre Nera (che comunque richiederebbe un discorso a parte), ma subito dovrei aggiungere altri titoli, non tutti compresi nella lista dei più famosi: Misery, Gli occhi del Drago, The Stand, La zona morta, Il miglio verde, Buick 8, La bambina che amava Tom Gordon... E poi i racconti, o i romanzi brevi: come lasciare da parte cose splendide come Il corpo oppure Il poliziotto della Biblioteca, tanto per fare un paio di citazioni a caso?
Chi non lo apprezza, o più semplicemente chi non lo conosce bene, potrebbe pensare ai suoi romanzi come ad un coacervo di mostri, cadaveri e sangue generosamente sparso, quando in realtà si tratta piuttosto di storie dense e non prive di analisi sociale, con personaggi costruiti a tutto tondo. Storie complesse, a volte gigantesche, che si compongono da ogni direzione sotto gli occhi del lettore.
Stephen King è a sua volta un lettore vorace, ha una conoscenza enciclopedica della storie della musica e del cinema, è perfettamente in contatto con il mondo nel quale vive e sa giudicarlo correttamente: a volte con durezza, a volte con ironia, ma sempre con intelligenza e grande creatività.
Certo, nei suoi romanzi si trovano vampiri, mostri e demoni, morti viventi, lupi mannari, mutanti di vario genere e persino alieni cattivi; ma c'è anche tanta gente la cui normalità viene sconvolta dalle cause più disparate, che non necessariamente hanno a che fare con il soprannaturale: donne maltrattate, bambini dall'infanzia rubata, persone infelici a cui un incidente, un omicidio o un'epidemia ha tolto ciò che avevano di più caro.
Persone che possiedono un "dono" che equivale ad una maledizione.
Persone che gradualmente scoprono, riscoprono o valorizzano il conforto della solidarietà e della comunità: nessuno degli eroi di Stephen King è un eroe veramente solitario, nemmeno Roland di Gilead nella saga de La Torre Nera, benché sia quello che ci si avvicina maggiormente.
Stephen King ama la bellezza delle cose, degli ideali, delle persone: e non c'è differenza in questo tra uomini e donne.
Ama infinitamente i bambini, la loro innocenza, la loro pelle intatta, la loro mente ancora in formazione, l'istinto di cui sono dotati, tutto ciò che ancora possiedono a differenza degli adulti, che lo hanno perduto.
I bambini credono semplicemente laddove invece gli adulti si fermano a pensare. Ed è per questo che spesso nei suoi romanzi i bambini si battono con più successo contro le manifestazioni del Male: le vedono meglio e quindi non sono mai tentati di respingerle o negarle. Semplicemente, le affrontano: con incoscienza magari, mai senza coraggio.
Stephen King è un grande cantore dell'imperativo morale (di ascendenza pionieristica, più che kantiana... ) che spinge i suoi personaggi all'azione, alla necessità del fare: perché se scappi di fronte al mostro, hai già perduto.


© - Tutti i diritti riservati.

martedì 20 settembre 2016

BUCHI NELLA SABBIA, di Marco Malvaldi [Sellerio ed., 2015; pag.243. In copertina: rielaborazione grafica di un manifesto di Martin Lhemann-Steglitz, 1910 ca.] 



In breve: Un libro di Marco Malvaldi (uso a divertire il lettore in maniera intelligente); un giallo (il mio genere preferito) e per di più un giallo storico (ulteriore punto a favore); un giallo a sfondo storico, ambientato ad inizio Novecento, tra anarchia e melodramma, con una trama che si avvolge in gran parte attorno alla Tosca pucciniana (l’opera di cui probabilmente detengo il record mondiale d’ascolto quantitativo). Insomma, le premesse erano più che ottimali, eppure ho trovato il romanzo lievemente deludente.
Buono, però meno riuscito e coinvolgente rispetto a quel piccolo gioiello che è – e sempre sarà – Odore di chiuso.

Trama: Anno 1901, estate. Come punizione per avere scandalosamente preso per i fondelli l’augusto pubblico di un Circolo Culturale (compreso un certo numero di suore), il giornalista de La Stampa Ernesto Ragazzoni viene costretto dal suo seccatissimo direttore a partire per assistere ad una rappresentazione della Tosca, presso il Teatro Nuovo di Pisa. Malgrado gli aspetti fortemente antiautoritari della sua trama, la recentissima opera pucciniana verrà data in onore – e in presenza – di Sua Maestà re Vittorio Emanuele III; è prevista la partecipazione di alcuni interpreti di buona fama tra cui spiccano il tenore Ruggero Balestrieri (professionalmente geniale benché umanamente reprensibile nonché decisamente immodesto) e la giovanissima Giustina Tedesco, soprano più che talentuoso.
La sera fatidica (1° giugno) arriva: tanto in mezzo al pubblico quanto all’interno della compagnia di canto abbondano gli anarchici, ma il lavoro di prevenzione posto in atto dalle forze dell’ordine – rappresentate dal carabiniere Gianfilippo Pellerey, tenente delle Guardie Reali – evita eccessi e problemi, e l’opera approda felicemente al suo terzo ed ultimo Atto. Durante la scena della fucilazione accade però l’impensabile: Ruggero Balestrieri viene ucciso davvero, con un colpo d’arma da fuoco.
I possibili colpevoli sono parecchi, dato che tra passato e presente Balestrieri non era esattamente benvoluto, ma in cima alla lista dei sospetti si collocano ovviamente i quattro figuranti che recitavano il ruolo del plotone di esecuzione, compreso il maestro d’armi Pierluigi Corradini, un ex militare dall’ambigua reputazione. Le cose si complicano ulteriormente quando si scopre che Balestrieri e la Tedesco, entrambi anarchici convinti, avevano organizzato la finta morte del tenore allo scopo di provocare una sollevazione antimonarchica all’interno del teatro: ma come già previsto dalla trama dell’opera, anche questa morte fittizia si è inopinatamente trasformata in morte sin troppo reale. Poi, come se non bastasse, il cadavere di Balestrieri scompare.
Le indagini sono alquanto faticose, il tenente Pellerey però non si lascia scoraggiare dalle circostanze: coadiuvato dallo svogliato ma acuto Ragazzoni, tra puntatine in osteria, scoperta di molti altarini e duelli potenzialmente letali, i due avranno la meglio sui numerosi ostacoli, e riusciranno a risolvere l’intricato mistero. Consegneranno il colpevole alla Giustizia: nessuno dei due ne sarà però davvero compiaciuto.

Commento
: Alcuni autorevoli critici sostengono che Dante Alighieri abbia scritto la Divina Commedia essenzialmente per poterci inserire l’amata e rimpianta Beatrice. Analogamente – si parva licet componere magnis, mutatis mutandis e quant’altri motti latini possano servire all’occorrenza – si potrebbe ipotizzare che Marco Malvaldi abbia scritto Buchi nella sabbia quasi esclusivamente per profondere nella narrazione la sua passione (e la sua innegabile perizia) di melomane.
Se così fosse, certamente non avrei nulla da ridire sulla specifica questione, dato che pur essendo assai meno competente amo la lirica più o meno quanto lui: sono una simpatizzante verdiana (Rossini è troppo frivolo per i miei gusti), anche se la mia opera preferita in assoluto, quella che conosco a memoria e che non mi stancherò mai di riascoltare nelle sue innumerevoli versioni è proprio Tosca di Giacomo Puccini.
Peccato però che all’interno del romanzo la parte squisitamente dedicata a celebrare (con abbondanza di aneddoti) fasti, miserie e bizzarrie della tradizione lirica si armonizzi poco e imperfettamente con la parte relativa all’inquisizione poliziesca, la quale già di per sé non è del tutto convincente: se l’autore – con l’aiuto di alcuni dei suoi personaggi – non avesse fatto scomparire il cadavere del poco compianto Balestrieri subito dopo l’omicidio, procrastinando la soluzione della spinosa faccenda sino all’ultimo capitolo, il romanzo sarebbe tranquillamente finito intorno a pagina 80.
La trama chiama in causa personaggi realmente esistiti accanto a personaggi immaginari: per quanto a tratti sia difficile crederlo, la bizzarra figura di Ernesto Ragazzoni (giornalista, poeta, intellettuale proteiforme e sarcastico, sbronzone, anarchico, fiero sostenitore dell’arte del “non-scrivere”) va annoverata nel primo gruppo. Proprio i personaggi sono la cosa migliore del romanzo, e le note iniziali che servono a presentarli fanno ghignare più di tutto il resto; protagonisti e comparse risultano ugualmente scolpiti a tutto tondo. Il mio preferito è il roccioso tenente Pellerey: un metro e novantuno di taciturna fermezza e professionalità, appena raddolcite dall’attrazione – gentile ma priva di speranza – sviluppata nei confronti della bella Giustina.
Da questa storia anche lui, come il lettore, non riesce a trarre tutte le soddisfazioni desiderate.

© - Tutti i diritti riservati.

lunedì 12 settembre 2016

IL BAZAR DEI BRUTTI SOGNI ("The Bazar of Bad Dreams", 2015), di Stephen King [Sperling & Kupfer ed., 2016; a cura di Loredana Lipperini. Traduzioni di Giovanni Arduino, Chiara Brovelli, Alfredo Colitto, Christian Pastore. Pag.491. Per la copertina: Jonathan Bush (grafica), Nicolas Obery (illustrazione)] 

 




In breve: Diciotto racconti e due poemetti narrativi per una raccolta davvero bella e coinvolgente. Non si considerino i poemetti come un’indebita intrusione, perché in realtà – da sempre – Stephen King la poesia l’ha messa ovunque, anche laddove potrebbe non sembrare.



I racconti:



MIGLIO 81
Un mostro bizzarro di incerta provenienza compare improvvisamente sull’autostrada, nei pressi di un’area di servizio abbandonata: la forma che ha assunto è quella di una vecchia auto infangata, lo scopo che si prefigge – con ogni evidenza – è quello di mangiare. Contro di lui alcuni adulti non hanno scampo, ma un paio di ragazzini svegli se la cavano infinitamente meglio. Chissà cosa scriveranno i poliziotti nei loro verbali…


PREMIUM HARMONY

La morte ti può cogliere all’improvviso, quando hai appena finito di litigare con tuo marito per banali questioni, mentre ti dirigi a fare piccoli acquisti al centro commerciale. Per un paio d’ore la tua dipartita sarà forse la notizia del giorno, oggetto di dibattito e di cordoglio passeggero per perfetti sconosciuti: poi la vita tornerà a scorrere normalmente. E magari nel frattempo anche il tuo cane ci sarà rimasto secco.


UNA RISSA PER BATMAN E ROBIN

Dougie Sanderson, ormai sessantunenne, continua a prendersi cura dell’anziano padre, malato di Alzheimer; l’uomo vive in una struttura protetta, ma Dougie fa in modo di portarlo fuori a pranzo almeno un paio di volte la settimana. La memoria di quell’uomo che nel corso della sua vita era riuscito a tirarsi su dal niente è ormai molto difettosa; a tratti però riemerge il ricordo felice di una festa di Halloween, quando lui e il figlio si erano mascherati da Batman e Robin. In occasione di una rissa stradale, quel ricordo porterà con sé notevoli conseguenze.


LA DUNA

Una distesa sabbiosa su di un isolotto che sorge nel bel mezzo del golfo della Florida manifesta una strana magia, della quale è a conoscenza solo il giudice Harvey L.Beecher. Da generazioni la sua famiglia possiede l’isola e ormai prossimo ai novant’anni, non più in perfetta salute, il Giudice desidera disporre del luogo nel proprio testamento. Chiamato in causa per redigerlo, l’avvocato Anthony Wayland scopre che forse l’anziano signore non è l’unico a doversi preoccupare del tempo che passa.


IL BAMBINO CATTIVO

George Hallas, condannato a morte per aver ucciso un ragazzino sparandogli sei colpi di pistola, racconta al proprio comprensivo avvocato l’effettiva storia di quel delitto. Se George non è pazzo, e sta dicendo la verità, la sua condanna all’iniezione letale è una tragica (ma ormai irrimediabile) ingiustizia. E in futuro anche l’avvocato avrà di che preoccuparsi.


UNA MORTE

Fine del XIX secolo, inverno. Il nero Jim Trusdale viene arrestato con l’accusa di aver ucciso Rebecca Clay, una bambina di soli dieci anni, per rubarle il dollaro d’argento da lei ricevuto come dono di compleanno. Tutto il paese ritiene Trusdale colpevole e al termine di un regolare ma brevissimo processo una giuria lo condanna all’impiccagione. Solo lo sceriffo Barclay nutre qualche dubbio fastidioso: l’epilogo della storia lo metterà però di fronte alla più triste delle evidenze.

[In questo blog disponibile anche la recensione estesa del racconto]

LA CHIESA D’OSSA

Non un vero racconto, bensì un poemetto narrativo.
La rievocazione – da parte dell’unico superstite – della spedizione organizzata per cercare un favoloso tesoro si tramuta nella tormentosa ammissione di irrimediabili sensi di colpa, e di un fallimento che è quasi frutto di una maledizione. 

MORALE

Assecondando pericolosamente le proprie necessità, e il reverendo George Winston, che indossa le vesti di diavolo tentatore, la giovane Nora e il marito Chad, discretamente spiantati, scoprono che i soldi (tanti soldi…) sono una cosa buona soltanto se è buono anche il modo in cui ce li si procura.


ALDILA’

William Andrews soccombe al cancro che lo ha tormentato per diciotto mesi e scopre che la vita dopo la morte esiste sul serio: in fondo però la cosa non è grandiosa come si potrebbe pensare. Volendo si può tornare a nascere, ripercorrendo tutte le tappe dell’esistenza già vissuta (magari più volte). Rimane solo la speranza – insopprimibile ma quasi certamente destinata a rimanere delusa – di riuscire a cambiare i momenti negativi, gli errori, le sofferenze.


UR

Per mezzo di uno strano lettore Kindle, frutto di un’errata spedizione, il mite insegnante di letteratura Wesley Smith entra in contatto con qualche milione di universi alternativi e con la possibilità di conoscere il futuro. Cose entusiasmanti e per certi versi addirittura utili, ma anche inquietanti e variamente pericolose.
Nel racconto compaiono richiami alla saga de La Torre Nera.


HERMAN WOUK E’ ANCORA VIVO

Phil Henreid e Pauline Enslin, anziani ma vitalissimi poeti che stanno facendo un picnic in un’area di sosta sull’autostrada, assistono ad uno spaventoso incidente automobilistico nel quale perdono la vita due donne e sette bambini. Forse (a differenza del lettore) non sapranno mai quanta grigia disperazione lo ha provocato. Loro però – al pari dell’ormai decrepito scrittore Herman Wouk – continueranno a vivere, nel senso più pieno del termine.


GIU’ DI CORDA

Bradley Franklin è un pubblicitario di successo; il suo lavoro gli piace, vive a New York, in una bella casa nell’Upper West Side con l’amatissima moglie Ellen e un cane di nome Lady, e apparentemente non potrebbe desiderare nulla di più.

L’uomo però nasconde un “piccolo” segreto, e la cosa più inopportuna è che lo nasconde non solo agli altri ma anche a sé stesso. Alla fine però dovrà prendere atto che l’immaginazione, per quanto forte, non è sufficiente a modificare la spiacevole e amara realtà.


BLOCCO BILLY

Intervistato dal famoso Stephen King (che ha goduto un sacco nel mettersi come personaggio nel proprio racconto) George Grantham, anziano e ormai malandato ex coach di una squadra di baseball non più esistente, rievoca una strana stagione degli anni Cinquanta. La stagione in cui il talentuoso William Blakely (più tardi soprannominato Blocco Billy per la sua singolare capacità di eliminare gli avversari) si unì ai Titans del New Jersey nel ruolo di ricevitore.


MISTER YUMMY

Dave Calhoun e Ollie Franklin, anziani ospiti di una lussuosa casa di riposo, aspettano senza timore e senza dolore la fine inevitabile – e presumibilmente molto prossima – delle loro vite. Hanno molti ricordi, non tutti piacevoli, ma ben pochi rimpianti; malgrado le numerose difficoltà attraversate nel corso delle loro lunghe esistenze, vivono un presente assolutamente pacificato ma non passivo. E riusciranno entrambi, benché ciascuno a suo modo, a vedere la Morte come qualcosa di bello e sensuale, nostalgico eppure appagante.


TOMMY

Poemetto narrativo a verso libero.

Attraverso il ricordo del funerale di un ragazzo di nome Tommy, la rievocazione disincantata, nostalgica e affettuosa degli anni Settanta. Quando non necessariamente si moriva per droga, alcol, suicidio o a causa della guerra del Vietnam, ma (anche) per una “semplice” leucemia.

Quando gli amici sentivano la tua mancanza, e – almeno un po’ – si mettevano ad aspettare il loro turno. 

IL PICCOLO DIO VERDE DEL DOLORE

Il ricchissimo signor Newsome, sopravvissuto ad un incidente aereo, è da mesi alle prese con una dolorosa riabilitazione fisica. La sua infermiera, Catherine McDonald, pensa che l’uomo – abituato ad averla vinta su ogni argomento – si stia semplicemente rifiutando di impegnarsi a fondo per guarire. Newsome invece sostiene che contro le sue sofferenze la medicina sia ormai impotente. Convoca quindi il reverendo Rideout, un esperto “esorcista del dolore”. Le drammatiche circostanze del suo intervento, tutto sommato, finiranno per dimostrare che era Kate ad avere torto.


QUELL’AUTOBUS E’ UN ALTRO
MONDO
Wilson è il titolare (ed unico dipendente) di una microscopica agenzia pubblicitaria. La sua grande occasione sembra arrivare quando una famosa agenzia di New York lo convoca, assieme a molti altri candidati, per valutare proposte relative ad un’importante campagna. Il viaggio verso la grande città viene organizzato: va tutto abbastanza bene, ma all’arrivo, complici il maltempo e il traffico demenziale, il taxi di Wilson procede a rilento. Affiancato da una autobus, Wilson ha occasione di assistere ad uno stranissimo evento (forse un omicidio): incerto sull’accaduto e preoccupato di non rovinare le sue possibilità professionali, finirà però per accantonare la cosa.


IO SEPPELLISCO I VIVI

Il giovane Michael Anderson si laurea in giornalismo e per sbarcare il lunario accetta di entrare come redattore al Neon Circus, una rivistaccia web di New York che si occupa di gossip, di scandali e disgrazie riguardanti le celebrità locali. Il suo compito è quello di scrivere necrologi sprezzanti e irriverenti: e il lavoro non manca perché di celebrità defunte ce ne sono sempre un sacco. I problemi iniziano quando Michael, arrabbiato e frustrato, scrive per ripicca il necrologio della caporedattrice che gli ha rifiutato un aumento: poco dopo la donna muore davvero…ma non sarà l’unica vittima dell’inesplicabile situazione.


FUOCHI D’ARTIFICIO UBRIACHI

Alden McCausland e la madre sono due vecchi ubriaconi, fortunosamente arricchitisi dopo la morte del capofamiglia. Possiedono una casetta delle vacanze sulle rive dell’Abenaki e lì vanno a trascorrere le loro estati. Quasi per caso vengono trascinati dai loro dirimpettai – italoamericani con probabili agganci mafiosi - in una specie di competizione annuale a base di fuochi d’artificio.
Stanchi di essere surclassati ogni Quattro Luglio, i McCausland finiscono per sperimentare qualcosa di veramente eccessivo.

Esilarante battaglia sbronza, senza morti né feriti… però con parecchi danni.


TUONO ESTIVO

Tarda estate: il quarantanovenne Robinson sta vivendo i suoi ultimi giorni, immerso nello splendore innaturale dei boschi e dei tramonti del Vermont. Qualche mese prima, all’inizio di giugno, una crisi politica è sfociata in catastrofe nucleare: le Nazioni della terra si sono allegramente bombardate, condannando il mondo intero. Robinson, che già ha perduto la moglie e la figlia, aspetta la fine inevitabile in compagnia di un bastardino dal pelo grigio, di un anziano e disincantato amico, e della sua vecchia moto. Rimessa a nuovo per l’occasione, sarà lei ad accompagnarlo verso l’eternità.



Commento
: Che meraviglia riprendere in mano un libro di Stephen King e ritrovare la qualità dei vecchi tempi!
Gli ultimi romanzi infatti (Revival in particolare) non mi avevano soddisfatto a fondo, in questa raccolta però ricompaiono quasi tutte le caratteristiche migliori della scrittura kinghiana, accanto a quella libertà - spalancata tra realismo ed immaginazione – che di solito rende così uniche ed appetibili le sue opere. L’orrore si immerge nel quotidiano, gli aspetti più banali dell’esistenza mostrano a sorpresa il loro lato inquietante e i mostri solo a volte vengono dallo spazio o da ignote dimensioni, perché in genere li scopriamo già al nostro fianco.
Molti racconti (Mister Yummy e Tuono estivo sono i miei preferiti) presentano atmosfere nostalgiche, opache, crepuscolari eppure forti: si ha un po’ l’impressione che qui persino la morte – vissuta, accettata o combattuta che sia – possa alla fin fine risultare alquanto dinamica.
I personaggi sono descritti a tutto tondo malgrado la brevità a cui il genere costringe, e alcuni di loro possono agevolmente rimanere nella memoria al pari di qualche protagonista  romanzesco: ma del resto a Stephen King scrivere racconti è sempre piaciuto molto.
Ciascuna storia è preceduta da quelle note bio-bibliografiche che personalmente ho sempre amato tantissimo, perché non solo descrivono la genesi della scrittura ma la inquadrano nella vita reale dell’autore, realizzando una sorta di diario intimo, sereno e disincantato che il Fedele Lettore non può certo trascurare.
In sostanza, direi che questo libro forgia saldamente l’ennesimo anello della catena che lega Big Steve ai suoi estimatori. Possa egli darci cose da leggere ancora per anni infiniti.
 
© - Tutti i diritti riservati.


venerdì 9 settembre 2016

- MARTIN BORA -
9 settembre 1943



A parte forse il suo compleanno, per Martin Bora non ci sono molti anniversari da poter celebrare felicemente. Il giovane ufficiale della Wehrmacht, protagonista di una serie di romanzi di Ben Pastor ambientati durante la Seconda guerra mondiale, attraversa vicissitudini storico-personali così numerose e di tale natura da rendere improponibile il termine stesso di “festeggiamento”.
Parliamo dunque – preferibilmente – di “ricordo”, perché sulla questione della memoria e delle immagini simboliche i romanzi del ciclo hanno da esprimere idee ben più cospicue ed importanti.
C’è allora un fatto da richiamare alla mente per la giornata odierna, un evento che segna profondamente la vicenda umana – ancor prima che professionale – del giovane Martin e che non può essere ignorato dal lettore che di lui desideri comprendere tutto ciò che vale la pena di essere valutato: alle ore 16:27 del 9 settembre 1943 il maggiore Bora, all’epoca distaccato nei pressi di Lago, nel Veneto, rimane vittima di un attentato partigiano. L’auto su cui viaggia viene raggiunta da alcune granate: una di esse gli esplode praticamente addosso, devastando l’intero lato sinistro del suo corpo. La gamba viene salvata e il fatto che al momento dell’incidente Bora avesse in grembo una cartella metallica gli evita irreparabili danni inguinali, la mano sinistra però è perduta: di lì a poco sarà sostituita da una protesi, quasi sempre – ma non sempre – celata dal guanto d’ordinanza.
Nei mesi seguenti i chirurghi dell’esercito continueranno ad estrargli schegge, a fare aggiustamenti, sino ad un disperato intervento per salvarlo da un’infezione che era sul punto di ucciderlo: Martin però, nei confronti della propria sventura, manterrà sempre l’atteggiamento stoico che gli è proprio: non l’esatta ignoranza del fatto (il che non sarebbe davvero possibile), ma la volontà fermissima di minimizzarlo agli occhi di chiunque, pur scosso nel profondo dalle conseguenze pratiche ed emotive che la sua perdita d'integrità implica.
Martin Bora, in questa come in altre circostanze, rimane fedele all’idea che di sé stesso vuole offrire al mondo: l’apparenza di una solidità estrema, che dal corpo si estende alla mente, e viceversa.
Ciò che lo riguarda personalmente non viene mai condiviso con nessun altro; Bora è circondato da commilitoni e persino da individui che possono latamente definirsi amici: ma né con loro, né con le poche donne veramente amate, viene mai presa in considerazione l’idea di discutere delle sue condizioni fisiche. L’unica persona che ci andrà abbastanza vicina – anche grazie alle sue stesse invalidanti menomazioni - sarà Annie Tedesco ne La Venere di Salò; la quale, tra le altre cose, avrà la silente delicatezza di invitare Martin a pranzo, servendo uno spezzatino che eviti di metterlo in difficoltà con le posate. Per il resto, non è dato sapere esattamente nemmeno ciò che Bora abbia raccontato ai propri genitori, che certo sanno dell’incidente, ma che altrettanto sicuramente non ne parlano con lui.
Coloro che hanno a che fare con Martin Bora imparano velocemente a rispettarne l’intimità, perché qualunque tentativo di penetrarla si infrange contro un muro di impassibilità e freddo distacco; più liberi di giudizio sono invece i lettori, che possono a volte – ma sempre con fatica – entrare nei  pensieri e nelle riflessioni del personaggio, arrivando a conoscerlo meglio di quanto egli stesso desideri essere conosciuto.
Gli stessi momenti successivi all’incidente, quando sotto le mani di medici e infermieri la preoccupazione principale di Martin diventa quella di non urlare come un animale, sono descritti dall’autrice attraverso le sensazioni confuse del ferito, in una delle pagine più crude e vere dell’intero ciclo: “Il sangue schizzò mentre gli infermieri, tagliando e scavando, si facevano strada nell’impasto di terra e materia organica che un tempo era stata la sua divisa. Lungi dal cedere, Bora si irrigidì con una risolutezza disperata, cercando di resistere al dolore. Di combatterlo, come se si fosse potuto combattere, quando l’intero lato sinistro del suo corpo sembrava prigioniero in una morsa gigantesca e non c’era speranza di tirarsene fuori senza lasciarci il braccio e la gamba insieme. La mano sinistra, già lacerata in filamenti, con il sangue che zampillava, sembrava inghiottire e sputare fuori la vita stessa. Polmoni, stomaco, ossa, tutto quello che gli aveva riempito il corpo finora, pareva voler dilagare dal braccio parzialmente reciso in una poltiglia rossa, rivoltante”. (dal cap.I di Luna bugiarda, 2001; trad. di Marilia Picone).
Poi, tornato sveglio e cosciente, Martin per prima cosa chiederà dove sia finita la sua fede nuziale.
Il personaggio è provvisto in abbondanza di questi piccoli “trucchetti” volti a nascondersi agli altri e a sé stesso: ma non sempre ciò gli riesce perfettamente, e in ogni caso il dispendio d’energia mentale necessario alla dissimulazione è non meno faticoso o doloroso delle cause da cui tutto trae origine. A ben guardare, è una situazione terrificante: quella di un uomo costantemente in tensione, ininterrottamente sulla difensiva, allo scopo di non essere mai sorpreso debole o impreparato, vulnerabile e quindi suscettibile di venir colpito e smascherato. E’, in fondo, la migliore descrizione di quel perfetto soldato che Martin Bora è e sempre sarà: in battaglia, se abbassi la  guardia, quasi certamente sei morto.
La resistenza al dolore fisico è abbastanza naturale per un soldato: lo stesso Martin è già stato ferito in Russia, e più o meno nello stesso periodo dell’attentato partigiano (si veda il racconto Il sangue dei santi) si ritrova ad andare a cena con l’ispettore Guidi prima di farsi estrarre dalla spalla una pallottola che lo ha colpito durante un pattugliamento: ci sono da discutere i risvolti di un caso criminale e l’operazione può aspettare, benché Martin sia verde dal dolore e mantenga un contegno da perfetto commensale reggendosi solo per pura forza di volontà.
Ma per lui c’è qualcosa di più della sopportazione: c’è un irrinunciabile senso di dignità e decoro. Martin Bora non desidera dipendere da nulla e da nessuno, in ospedale gli è persino difficile accettare di farsi radere dalla mite suor Elisabetta. Senza eccezioni (compreso il campo sessuale) vuole avere il dominio ed il controllo di ogni situazione; anche per questo è un ottimo ufficiale comandante: è fatto così, quella è la sua forma mentis, ciò che lo spinge a comportarsi come di solito si comporta.
Purtroppo però l’autorità dell’uomo forte sul destino rimane comunque limitata, e malgrado la resistenza mentale messa in atto sin dai primi istanti la menomazione fisica avrà conseguenze pesantissime: Martin non potrà più suonare il pianoforte (ed era un musicista sensibile e di enorme talento); inoltre sua moglie – pur negandolo –  prenderà la cosa come una delle scuse per abbandonarlo, quando già Martin si immaginava assurdamente sminuito nella propria virilità, tanto da riconoscersi incerto sulla possibilità di produrre quei figli che così disperatamente avrebbe voluto. Aver perduto una parte di sé lo fa sentire insufficiente come essere umano e come soldato, rendendo necessario compensare la privazione con caparbia e deliberata fermezza.
Poi la mano scomparsa entra nel quotidiano, e a volte il lettore stenta a ricordarsene, sebbene ci sia  da dubitare che Martin dimentichi: perché è la sua stessa architettura corporea ad essere chiamata in causa, e ancora di più perché nella mente il mutamento è praticamente impossibile da disimparare.
Che il giovane ufficiale si appresti a vivere in quelle condizioni tutto il resto della guerra (e della vita) torna superbamente a suo onore: ma è angoscioso pensare a quale costo di coraggio, di inflessibile e feroce orgoglio ciò possa avvenire.



© - Tutti i diritti riservati.

sabato 3 settembre 2016

UNA MORTE ("A Death", 2015), racconto di Stephen King [in "Il Bazar dei brutti sogni", Sperling & Kupfer ed., 2015. Pag.133 - 146. Traduzione di Christian Pastore]
- Originariamente pubblicato sul New Yorker, in versione italiana il racconto era già comparso anche in INTERNAZIONALE n°.1100, 30 aprile 2015; pag.90 - 96.  



Stephen King non ha mai fatto mistero della sua predilezione per la narrativa breve anche se forse vi si è potuto dedicare meno di quanto avrebbe voluto. Comunque è nei racconti che spesso riesce a dare il meglio di sé: a suo agio sulla lunga distanza, lo è ancora di più su quella breve. Non di rado l’horror non c’entra, o c’entra poco; c’entrano però altre cose: come la poesia, la profondità, l’intensità.
Questo racconto infatti è sconsigliato alla lettura per coloro che nelle storie di Stephen King apprezzano esclusivamente il lato oscuro, soprannaturale o raccapricciante; piacerà invece a tutti coloro che, indipendentemente dall’identità dell’autore, sono in grado di apprezzare le creazioni forti, inesorabili, umane.
Nel corso della narrazione le notazioni cronologiche e geografiche non abbondano, tuttavia in base ad alcuni elementi interni pare di poter concludere che il racconto è ambientato in uno degli Stati americani del Midwest (a mio parere è il South Dakota), in un periodo successivo alla fine della Guerra di Secessione: più o meno intorno alla metà degli anni Ottanta del secolo XIX.
Nevica e fa freddo, e dunque è inverno.

Incipit
: “Jim Trusdale aveva una baracca sul lato ovest della fattoria di suo padre ormai in rovina, ed è lì che lo trovarono lo sceriffo Barclay e una mezza dozzina di uomini arruolati per l’occasione. Seduto sull’unica sedia vicino alla stufa fredda, con un giaccone sporco addosso, leggeva alla luce di una lanterna un vecchio numero del Black Hills Pioneer. O almeno lo guardava”.

Trama
: Lo sceriffo Barclay e i suoi uomini vanno ad arrestare Jim Trusdale. L’uomo è sospettato di furto ed omicidio: avrebbe ucciso Rebecca Cline, una bambina di dieci anni, per rubarle un dollaro d’argento ricevuto in dono in occasione del compleanno.
Non ci sono testimoni, ma sulla scena del delitto è stato ritrovato il vecchio cappello di Jim, un regalo del padre dal quale non si separava mai. Trusdale non è in grado di ricordare se e quando abbia perduto il cappello, né riesce a spiegare perché sia stato trovato vicino al cadavere, ma si dichiara innocente. Tutto il paese però lo ritiene colpevole e al termine di un regolare ma brevissimo processo una giuria condanna Trusdale all’impiccagione.
Solo lo sceriffo Barclay ha iniziato a nutrire qualche dubbio; si sente a disagio, preferirebbe aver trovato non solo il cappello ma anche il dollaro rubato, tuttavia non ha alcuna intenzione di opporsi all’inevitabile.
Spaventato e recalcitrante, Trusdale viene infatti impiccato pochi giorni dopo la conclusione del processo.
Di lì a poco lo sceriffo Barclay – con un certo sgomento - ha modo di ricredersi. L’inatteso ritrovamento di una prova inconfutabile (il dollaro d’argento perduto e mai ritrovato) dimostra che a dispetto di tutto, gli abitanti del villaggio avevano ragione e lui, con i suoi dubbi, aveva torto: Jim Trusdale era davvero colpevole.

Commento
: Esteriormente il racconto è semplice e lineare, eppure nella sua brevità riesce ad essere anche  intenso, chiaro, significativo. I fatti si susseguono in modo molto accessibile, l’ambientazione è essenziale ma efficace, i personaggi sono completi e tridimensionali (persino la piccola vittima, la cui esistenza è tutta fuori scena), la conclusione non manca di imprevedibilità.
Si tratta quasi di un giallo storico e la caratteristica peculiare della narrazione è costituita dalla presenza di numerosi particolari apparentemente contraddittori o ingannevoli che finiscono però per trovare la loro giusta collocazione. Jim Trusdale non è particolarmente sveglio né simpatico, e si è portati a sospettare che in lui la sbrigativa giustizia del West abbia trovato un comodo capro espiatorio per il detestabile omicidio, più che un vero colpevole; quando ad un certo punto della narrazione si scopre (un po’ a sorpresa) che Trusdale è anche un uomo di colore, l’impressione sembra trovare un’ulteriore conferma. Persino lo sceriffo Barclay, un brav’uomo imparziale che sta solo cercando di fare il proprio lavoro, durante il processo viene assalito dall’incertezza, ma nessun altro dei suoi compaesani nutre il benché minimo dubbio, nemmeno colui che – per rendere legale il procedimento – accetta di assumere la difesa dell’accusato.
Nell’epilogo però avviene un completo ribaltamento delle premesse e delle potenzialità perché Trusdale ha realmente commesso l’omicidio, ha realmente rubato e non ha fatto altro che nascondersi e mentire:  questa volta la giustizia ha dunque centrato il bersaglio, anche se a sostenerne l’opera c’era solo un vecchio cappello perduto nel posto sbagliato e il dolore di tanti per la scomparsa di una bambina.
Spassionato, plumbeo e malinconico, il racconto mi ha colpito molto favorevolmente. Esprime la desolazione, l’amarezza, la meschina insensatezza implicite in molte delle cose umane: e alla fine, è piuttosto difficile stabilire con certezza se la “morte” del titolo sia quella della povera vittima o quella del suo mite assassino.


© - Tutti i diritti riservati.

martedì 23 agosto 2016

LA COSA SULLA SOGLIA  ("The Thing on The Doorstep", 1936), di H.P.Lovecraft [in "Opere Complete", Sugar & Co. ed., 1983; traduzione di Maria Luisa Bonfante] 


 

In breve: L’incipit del racconto, narrato in prima persona dal suo protagonista, Daniel Upton, è fenomenale: “E’ vero che ho cacciato sei pallottole nella testa del mio migliore amico, ma non sono il suo assassino”. E in effetti la storia si sviluppa attorno alla illustrazione di questo apparente paradosso: ma la spiegazione, per quanto convincente, non sarà meno inquietante del problema da cui ha preso le mosse.

Trama
: Daniel Upton ed Edward Derby vivono ad Arkham, nel Massachussets, e sono amici sin dall’adolescenza; trascorrono insieme molti anni felici e fanno esperienze comuni, poi – come è nella natura delle cose – iniziano a distaccarsi un po’ e a vivere ciascuno la propria vita. Daniel si sposa ed ha un figlio, Edward invece comincia ad approfondire l’interesse che aveva sempre nutrito nei confronti delle scienze occulte.
Alla Miskatonic University  conosce una studentessa di filosofia, Asenath Waite, con la quale condivide la passione per il sapere arcano e misterioso. La ragazza è piccola e scura, con una fragile bellezza forse guastata solo dagli occhi troppo sporgenti. In breve l’amicizia tra lei ed Edward si trasforma in amore: i due si sposano e vanno a vivere nella vecchia casa di famiglia dei Derby.
Inizialmente Edward è entusiasta della nuova vita e della moglie, che a suo dire gli sta aprendo orizzonti insospettati di studio e conoscenza. Poi però le cose mutano, ed Edward comincia a manifestare strani comportamenti. E’ spesso di cattivo umore, fa lunghe ed incomprensibili assenze, viene visto più volte lasciare la casa di famiglia a bordo di un’auto, benché non avesse mai saputo guidare, e in almeno un’occasione deve essere riportato a casa da un autista perché le condizioni dei suoi nervi sembrano aver davvero raggiunto il limite.
I rapporti con Daniel non sono più stretti come un tempo, tuttavia è con lui che di tanto in tanto  Edward si sfoga, lasciando intendere che l’amore per Asenath si è ormai trasformato in odio perché la donna, contro la sua volontà, lo ha messo in contatto con cose inenarrabili. Edward dice di essersi ritrovato a volte in posti orribili senza sapere come ci fosse arrivato, impegnato in riti sui quali non vuole entrare nei particolari.
Asenath è figlia del defunto Ephraim Waite, e la famiglia è originaria di Innsmouth, un luogo i cui abitanti avrebbero fatto strani traffici con un’indefinita popolazione proveniente dal mare: così si mormora, almeno (ma da altri racconti i lettori di H.P.Lovecraft sanno che tutto ciò è sin troppo vero). Quindi non è improbabile che la donna abbia abbracciato qualcosa di veramente radicale. Daniel però è propenso a credere che l’amico, depresso e stressato, stia semplicemente delirando.
Dopo qualche tempo Asenath scompare, e la sua assenza viene giustificata con motivi di famiglia, anche se c’è chi giurerebbe di averla intravista dietro le tende alle finestre di casa Derby. Per un certo periodo Edward sembra essersi ripreso, a tratti appare quasi esaltato, e alla fine il suo strano comportamento ne causa il temporaneo ricovero all’ospedale psichiatrico.
Una sera Daniel, dispiaciuto per l’amico e molto in ansia per tutto ciò che lo riguarda, riceve una  visita imprevista: alla sua porta si presenta una strana piccola figura, infagottata in quelli che sembrano stracci e portatrice di uno spiacevole odore. La figura rimane nell’ombra, sembra incapace di articolare le parole e allunga a Daniel un biglietto, da cui finalmente l’uomo apprende tutta l’orribile verità.
Quella figura, che sembra liquefarsi sotto gli occhi increduli di Daniel, è Edward, intrappolato nel cadavere di Asenath, da lui uccisa qualche tempo prima. Ma all’ospedale, nel corpo di Edward non c’è Asenath – la povera Asenath, ingiustamente accusata di troppi orrori – bensì il suo blasfemo padre Ephraim, un tempo impossessatosi del corpo della propria semiumana creatura, salvo poi essersi dovuto rabbiosamente confrontare con tutti i limiti dell’essere femminile.
Mentre Edward muore definitivamente sulla soglia di casa sua, senza quasi pensare Daniel impugna una pistola e corre all’ospedale, per vendicare l’amico e per impedire che l’atroce situazione si perpetui. Privato del corpo in cui è ospitato, l’abbietto spirito di Ephraim Waite non potrà infatti sopravvivere oltre. E ormai non ha nemmeno importanza se Daniel sarà poi accusato di omicidio e dovrà scontare la propria condanna: la sua vita è già finita nel momento in cui ha raggiunto la consapevolezza.

Commento: H.P.Lovecraft – il cosiddetto “solitario di Providence” – è stato una delle mie passioni giovanili: quando negli anni Ottanta del secolo scorso iniziò ad essere noto anche in Italia, soprattutto grazie alla benemerita opera editoriale della Fanucci, io già lo conoscevo un po’: ma fu proprio in quel periodo che riuscii ad averne notizie più precise e a leggerne diffusamente gli stupefacenti racconti.
Lovecraft è in un certo senso uno dei padri tanto dell’horror quanto della fantascienza, un personaggio affascinante anche dal punto di vista biografico: e poche righe non sarebbero sufficienti per dar conto delle sue innumerevoli qualità. Basti dire comunque che la sua influenza si è estesa in maniera incredibile nella letteratura di tutto il Novecento; persino Stephen King ha più volte mostrato, e apertamente confessato, i propri debiti nei confronti dell’indiscusso maestro.
La sua scrittura è insieme visionaria, logica e molto evocativa: Lovecraft si è inventato mondi alternativi e paralleli che non appartengono a questo universo, ma spesso lo minacciano. Ha creato culti alieni e divinità ancestrali, personaggi che viaggiano nel tempo, nello spazio, nei sogni e al di là degli stretti limiti che sarebbero imposti dalla scienza o dalla morale. Ha scavato in ere passate così lontane, che di solito le sue narrazioni non citano i decenni o i secoli, bensì gli eoni. E malgrado tutto, ci ha anche regalato l’incantevole illustrazione di quell’inizio di Novecento nel quale lui stesso viveva.
La cosa sulla soglia, forse il mio racconto preferito tra tutti, possiede infatti un’innegabile sapore vecchio stile, anche se ben presto la sua atmosfera si fa cupa e molto angosciante. Io ho sempre immaginato i personaggi vestiti con abiti anni Trenta, alla guida di vecchie auto, animati da uno spirito di gran lunga precedente alla Seconda guerra mondiale, ed estraneo alla brutalità a venire: ma quei personaggi devono comunque affrontare l’orrore: arcano, ripugnante e blasfemo quanto l’immaginazione assoluta dell’autore ha saputo concepire.
Come sempre, le cose scritte andrebbero lette, non raccontate, e il riassunto più sopra riesce a dare soltanto una pallida idea della inesorabile bellezza della storia.
Inoltre, chi non abbia familiarità con H.P.Lovecraft potrebbe stentare a cogliere l’intrigante splendore di tutti i particolari ricorrenti: la mitica città di Arkham e la Miskatonic University, la cui Biblioteca custodisce testi ritenuti perduti o addirittura mai esistiti, come l’inenarrabile Necronomicon scritto dal folle Abdul Alazred, o il De Vermis Mysteriis. E la mitologia cosmica creata dall’autore, fatta di divinità terrificanti il cui aspetto può a stento essere descritto. Insomma, nella sua narrazione H.P.Lovecraft ha usato, in maniera più o meno palese, tutta la sua enorme capacità immaginativa: ma se il lettore non è disposto a fare altrettanto, quello non sarà mai un autore per lui.
Personalmente, una delle cose che mi affascinano di più nel racconto, al di là della storia pura e semplice, è il personaggio di Edward, che crede di poter dominare ma viene dominato. La sua passione per l’occulto è sincera e piena di entusiasmo, non tiene conto però delle possibili aberrazioni. La sua stessa vita matrimoniale è stata una sorta di grande trappola, dato che in realtà non è Asenath che Edward ha sposato bensì il malvagio Ephraim, il quale desiderava soltanto avere finalmente a disposizione un corpo maschile in cui incarnarsi. Situazione che già in sé sottintende molteplici scandalosi (e sgradevoli) effetti.
Alla fine, in ogni caso, Edward si mostra capace di una feroce e disperata determinazione: risvegliatosi all’interno di un cadavere, riesce ugualmente a muoversi fuori dalla cantina di casa Derby e a trascinarsi sino alla soglia di Daniel, l’unico che potrà ascoltare e capire. E Daniel infatti non lo delude.

© - Tutti i diritti riservati.