martedì 23 agosto 2016

LA COSA SULLA SOGLIA  ("The Thing on The Doorstep", 1936), di H.P.Lovecraft [in "Opere Complete", Sugar & Co. ed., 1983; traduzione di Maria Luisa Bonfante] 


 

In breve: L’incipit del racconto, narrato in prima persona dal suo protagonista, Daniel Upton, è fenomenale: “E’ vero che ho cacciato sei pallottole nella testa del mio migliore amico, ma non sono il suo assassino”. E in effetti la storia si sviluppa attorno alla illustrazione di questo apparente paradosso: ma la spiegazione, per quanto convincente, non sarà meno inquietante del problema da cui ha preso le mosse.

Trama
: Daniel Upton ed Edward Derby vivono ad Arkham, nel Massachussets, e sono amici sin dall’adolescenza; trascorrono insieme molti anni felici e fanno esperienze comuni, poi – come è nella natura delle cose – iniziano a distaccarsi un po’ e a vivere ciascuno la propria vita. Daniel si sposa ed ha un figlio, Edward invece comincia ad approfondire l’interesse che aveva sempre nutrito nei confronti delle scienze occulte.
Alla Miskatonic University  conosce una studentessa di filosofia, Asenath Waite, con la quale condivide la passione per il sapere arcano e misterioso. La ragazza è piccola e scura, con una fragile bellezza forse guastata solo dagli occhi troppo sporgenti. In breve l’amicizia tra lei ed Edward si trasforma in amore: i due si sposano e vanno a vivere nella vecchia casa di famiglia dei Derby.
Inizialmente Edward è entusiasta della nuova vita e della moglie, che a suo dire gli sta aprendo orizzonti insospettati di studio e conoscenza. Poi però le cose mutano, ed Edward comincia a manifestare strani comportamenti. E’ spesso di cattivo umore, fa lunghe ed incomprensibili assenze, viene visto più volte lasciare la casa di famiglia a bordo di un’auto, benché non avesse mai saputo guidare, e in almeno un’occasione deve essere riportato a casa da un autista perché le condizioni dei suoi nervi sembrano aver davvero raggiunto il limite.
I rapporti con Daniel non sono più stretti come un tempo, tuttavia è con lui che di tanto in tanto  Edward si sfoga, lasciando intendere che l’amore per Asenath si è ormai trasformato in odio perché la donna, contro la sua volontà, lo ha messo in contatto con cose inenarrabili. Edward dice di essersi ritrovato a volte in posti orribili senza sapere come ci fosse arrivato, impegnato in riti sui quali non vuole entrare nei particolari.
Asenath è figlia del defunto Ephraim Waite, e la famiglia è originaria di Innsmouth, un luogo i cui abitanti avrebbero fatto strani traffici con un’indefinita popolazione proveniente dal mare: così si mormora, almeno (ma da altri racconti i lettori di H.P.Lovecraft sanno che tutto ciò è sin troppo vero). Quindi non è improbabile che la donna abbia abbracciato qualcosa di veramente radicale. Daniel però è propenso a credere che l’amico, depresso e stressato, stia semplicemente delirando.
Dopo qualche tempo Asenath scompare, e la sua assenza viene giustificata con motivi di famiglia, anche se c’è chi giurerebbe di averla intravista dietro le tende alle finestre di casa Derby. Per un certo periodo Edward sembra essersi ripreso, a tratti appare quasi esaltato, e alla fine il suo strano comportamento ne causa il temporaneo ricovero all’ospedale psichiatrico.
Una sera Daniel, dispiaciuto per l’amico e molto in ansia per tutto ciò che lo riguarda, riceve una  visita imprevista: alla sua porta si presenta una strana piccola figura, infagottata in quelli che sembrano stracci e portatrice di uno spiacevole odore. La figura rimane nell’ombra, sembra incapace di articolare le parole e allunga a Daniel un biglietto, da cui finalmente l’uomo apprende tutta l’orribile verità.
Quella figura, che sembra liquefarsi sotto gli occhi increduli di Daniel, è Edward, intrappolato nel cadavere di Asenath, da lui uccisa qualche tempo prima. Ma all’ospedale, nel corpo di Edward non c’è Asenath – la povera Asenath, ingiustamente accusata di troppi orrori – bensì il suo blasfemo padre Ephraim, un tempo impossessatosi del corpo della propria semiumana creatura, salvo poi essersi dovuto rabbiosamente confrontare con tutti i limiti dell’essere femminile.
Mentre Edward muore definitivamente sulla soglia di casa sua, senza quasi pensare Daniel impugna una pistola e corre all’ospedale, per vendicare l’amico e per impedire che l’atroce situazione si perpetui. Privato del corpo in cui è ospitato, l’abbietto spirito di Ephraim Waite non potrà infatti sopravvivere oltre. E ormai non ha nemmeno importanza se Daniel sarà poi accusato di omicidio e dovrà scontare la propria condanna: la sua vita è già finita nel momento in cui ha raggiunto la consapevolezza.

Commento: H.P.Lovecraft – il cosiddetto “solitario di Providence” – è stato una delle mie passioni giovanili: quando negli anni Ottanta del secolo scorso iniziò ad essere noto anche in Italia, soprattutto grazie alla benemerita opera editoriale della Fanucci, io già lo conoscevo un po’: ma fu proprio in quel periodo che riuscii ad averne notizie più precise e a leggerne diffusamente gli stupefacenti racconti.
Lovecraft è in un certo senso uno dei padri tanto dell’horror quanto della fantascienza, un personaggio affascinante anche dal punto di vista biografico: e poche righe non sarebbero sufficienti per dar conto delle sue innumerevoli qualità. Basti dire comunque che la sua influenza si è estesa in maniera incredibile nella letteratura di tutto il Novecento; persino Stephen King ha più volte mostrato, e apertamente confessato, i propri debiti nei confronti dell’indiscusso maestro.
La sua scrittura è insieme visionaria, logica e molto evocativa: Lovecraft si è inventato mondi alternativi e paralleli che non appartengono a questo universo, ma spesso lo minacciano. Ha creato culti alieni e divinità ancestrali, personaggi che viaggiano nel tempo, nello spazio, nei sogni e al di là degli stretti limiti che sarebbero imposti dalla scienza o dalla morale. Ha scavato in ere passate così lontane, che di solito le sue narrazioni non citano i decenni o i secoli, bensì gli eoni. E malgrado tutto, ci ha anche regalato l’incantevole illustrazione di quell’inizio di Novecento nel quale lui stesso viveva.
La cosa sulla soglia, forse il mio racconto preferito tra tutti, possiede infatti un’innegabile sapore vecchio stile, anche se ben presto la sua atmosfera si fa cupa e molto angosciante. Io ho sempre immaginato i personaggi vestiti con abiti anni Trenta, alla guida di vecchie auto, animati da uno spirito di gran lunga precedente alla Seconda guerra mondiale, ed estraneo alla brutalità a venire: ma quei personaggi devono comunque affrontare l’orrore: arcano, ripugnante e blasfemo quanto l’immaginazione assoluta dell’autore ha saputo concepire.
Come sempre, le cose scritte andrebbero lette, non raccontate, e il riassunto più sopra riesce a dare soltanto una pallida idea della inesorabile bellezza della storia.
Inoltre, chi non abbia familiarità con H.P.Lovecraft potrebbe stentare a cogliere l’intrigante splendore di tutti i particolari ricorrenti: la mitica città di Arkham e la Miskatonic University, la cui Biblioteca custodisce testi ritenuti perduti o addirittura mai esistiti, come l’inenarrabile Necronomicon scritto dal folle Abdul Alazred, o il De Vermis Mysteriis. E la mitologia cosmica creata dall’autore, fatta di divinità terrificanti il cui aspetto può a stento essere descritto. Insomma, nella sua narrazione H.P.Lovecraft ha usato, in maniera più o meno palese, tutta la sua enorme capacità immaginativa: ma se il lettore non è disposto a fare altrettanto, quello non sarà mai un autore per lui.
Personalmente, una delle cose che mi affascinano di più nel racconto, al di là della storia pura e semplice, è il personaggio di Edward, che crede di poter dominare ma viene dominato. La sua passione per l’occulto è sincera e piena di entusiasmo, non tiene conto però delle possibili aberrazioni. La sua stessa vita matrimoniale è stata una sorta di grande trappola, dato che in realtà non è Asenath che Edward ha sposato bensì il malvagio Ephraim, il quale desiderava soltanto avere finalmente a disposizione un corpo maschile in cui incarnarsi. Situazione che già in sé sottintende molteplici scandalosi (e sgradevoli) effetti.
Alla fine, in ogni caso, Edward si mostra capace di una feroce e disperata determinazione: risvegliatosi all’interno di un cadavere, riesce ugualmente a muoversi fuori dalla cantina di casa Derby e a trascinarsi sino alla soglia di Daniel, l’unico che potrà ascoltare e capire. E Daniel infatti non lo delude.

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mercoledì 17 agosto 2016

LA FAMIGLIA FANG ("The Family Fang", 2011), di Kevin Wilson [Fazi ed., 2012; traduzione di Silvia Castoldi; pag.397. In copertina: illustrazione di Julie Morstad]




In breve: Se è vero, come affermano le note di copertina, che a suo tempo l’uscita di questo romanzo “è stata accolta come un evento letterario da tutta la critica americana”, ci sarebbe forse da porsi qualche domanda a proposito della critica o degli americani, e magari a proposito di entrambi. Il romanzo non è infatti eccezionale: eccentrico e lodevolmente attento alle dinamiche emotive dei personaggi, questo sì, ma non un capolavoro assoluto.
La storia ha un’ambientazione contemporanea, ma attraverso numerosi flash-back recupera anche eventi del passato, importanti per capire e meglio inquadrare il presente. 


Trama
: Caleb Fang e Camille si sono conosciuti negli anni Settanta, quando erano entrambi all’Università e studiavano arte: lui era un assistente, lei una delle sue allieve, più giovane di dieci anni. Si erano innamorati e quasi subito il loro sodalizio sentimentale si era trasformato anche in collaborazione artistica. I Fang però avevano, ed hanno continuato ad avere, un’idea precisa dell’arte come azione e movimento: niente quadri o fotografie, dunque, ma piuttosto happenings ed eventi mirati a suscitare nei presenti (spesso coinvolti loro malgrado e a totale insaputa) reazioni forti di qualunque genere. Caleb – per fare un esempio – aveva iniziato la sua carriera in questa direzione aiutando il proprio mentore a diventare famoso: gli aveva sparato, e l’evento consisteva nelle emozioni suscitate nella stessa “vittima” e in quanti erano attorno a lui, in fuga disperata dopo lo sparo.

In seguito i Fang si erano dedicati a performance meno cruente, ma nelle intenzioni ugualmente sconcertanti: falsi furti nei centri commerciali, incendi di vario tipo, e altre cose bizzarre.

Ancora più avanti, a partire dagli anni Ottanta, i loro figli Annie e Buster erano diventati parte integrante degli happenings: con ottimo successo, e con grande soddisfazione dei genitori. Buster ad esempio, sotto mentite spoglie femminili, era riuscito a diventare la reginetta di un concorso, e la piccola Annie aveva dimostrato in svariate maniere il proprio talento. I bambini non avevano mai vissuto la cosa come un gioco, perché in effetti non lo era: si trattava al contrario di una realtà molto seria, che aveva finito per condizionarli e stressarli, tanto che, divenuti adulti, entrambi si erano allontanati dalla famiglia.

Annie è diventata un’attrice di medio successo; il suo ruolo più conosciuto e premiato è quello di un’eroina mascherata che combatte i nazisti. Buster invece è diventato uno scrittore con un buon primo romanzo, ed un secondo romanzo unanimemente stroncato dalla critica, ma amato da alcuni lettori di nicchia. Il suo stile ed i suoi contenuti sono in genere apocalittici e deprimenti.

Annie è sempre stata più forte rispetto al fratello, e quando erano piccoli ne proteggeva la fragilità; ormai cresciuti e lontani, entrambi sono in crisi professionale e umana.

Ad un certo punto la loro situazione si fa così critica e caotica, da non lasciare alternative: Annie e Buster devono tornare a casa dai genitori, anche se cercano in ogni modo di non farsi di nuovo risucchiare in quelle performance artistiche che hanno loro rovinato la vita.
Caleb e Camille, del resto, sembrano aver un po’ perduto quel tocco magico e quella creatività che li avevano resi famosi (su di loro sono state scritte persino delle tesi di laurea). Ciò che conta in quei frangenti è la solidarietà famigliare: i Fang sono di nuovo riuniti, e anche se il rifiuto alla partecipazione di Annie e Buster è per Caleb e Camille un’amara delusione, le cose vanno avanti.
Un bel giorno Caleb e Camille spariscono: partiti per un viaggio, la loro auto abbandonata viene ritrovata nei pressi di una stazione di servizio. Intorno c’è molto sangue, che in seguito viene riconosciuto come appartenente a Caleb. In quella zona si sono già verificati parecchi rapimenti, invariabilmente finiti con altrettanti omicidi, per cui la polizia – malgrado i loro precedenti - prende molto sul serio la possibilità che i Fang siano già morti.

Buster è affranto all’idea di aver perduto i genitori, Annie invece non dubita nemmeno per un momento di trovarsi di fronte all’ennesimo evento-Fang: probabilmente Caleb e Camille hanno organizzato tutto in modo da farsi credere morti, per poi “resuscitare”, ricomparendo in pubblico quando nessuno se lo sarebbe più aspettato. Gradualmente Buster viene convinto dalla sorella; i due - che hanno ritrovato tutto l’affetto e la solidarietà che li legava da piccoli - iniziano ad indagare e a cercare un modo per far sì che Caleb e Camille siano costretti a ricomparire.
Vorrebbero insomma, per una volta, essere loro a determinare gli eventi, anziché venirne condizionati.

Riescono nell’impresa solo sino ad un certo punto, però trovano la forza di staccarsi definitivamente dai genitori, e una tale separazione li rende finalmente liberi: Annie tornerà a girare un bel film con una stimata regista “seria”; Caleb ricomincerà a scrivere, sfruttando una frase del padre trovata per caso, e intreccerà una felice, normalissima relazione con una studentessa di scrittura creativa.

Commento: Nei miei confronti il romanzo si trovava già in svantaggio sin dall’idea di partenza: a differenza dei Fang, per cui l’arte consiste nel compiere un’azione che provochi una reazione, io amo forme artistiche più tradizionali e figurative. Come lettrice, il rischio era dunque quello di fermarsi alla superficie della storia, riuscendo soltanto a vedere due allegri deficienti che per più di trent’anni mettono in scena stupide mosse prive di scopo e di senso. In realtà, ho afferrato che l’apparenza nasconde qualcosa di più profondo, penoso e angosciante: tuttavia non sono riuscita a condividerne nemmeno una piccolissima parte.
Caleb e Camille sono ammirevoli nella loro dedizione assoluta all’idea di arte che hanno sviluppato, lo sono un po’ meno nel momento in cui sembrano non curarsi delle conseguenze fisiche o psicologiche delle azioni che mettono in atto. Nei confronti dei figli, inoltre, hanno fatto valere un comportamento che rasenta la crudeltà, nel completo asservimento dei bambini a qualcosa che non era loro conforme. Asservimento che aveva trasformato Annie e Buster (non a caso noti non con i loro nomi, bensì come “A” e “B”) in semplici strumenti delle performance, attrezzi da usare, o da lasciar fare, nella maniera più indicata, per ottenere il risultato migliore.

I Fang hanno sviluppato tra loro fortissimi legami di affetto e di dipendenza, hanno vissuto momenti molto felici: ma per quei bambini ormai adulti solo la separazione può dare ulteriori frutti.
La seconda parte del romanzo, con l’organizzazione del bizzarro e probabilmente ultimo evento-Fang, è più interessante rispetto alla prima, in cui si assiste tanto alla rievocazione del passato quanto alle pietose condizioni in cui si trovano le vite di Annie e di Buster. In ogni caso l’insieme mi ha lasciata abbastanza indifferente: mancanza totale di coinvolgimento, con una punta di irritazione. La storia non mi ha toccato, i personaggi non mi hanno emozionato, lo stile, fluido ma lineare, in maniera probabilmente voluta, non mi ha fornito sorprese.
Una lettura che si è tradotta in pura e semplice esperienza accumulata.



Dalla letteratura al cinema
: Recentemente dal romanzo è stato tratto un film, che in Italia uscirà il prossimo 1° settembre. Non credo che correrò a vederlo, ma gli interpreti – e le loro facce – mi sembrano a priori assolutamente perfetti: Christopher Walken (Caleb), Maryann Plunket (Camille), Nicole Kidman (Annie), Jason Bateman (Buster). 




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martedì 16 agosto 2016

UN CASO COME GLI ALTRI, di Pasquale Ruju [E/O ed., 2016; pag.240. Per la copertina: Emanuele Ragnisco (grafica), Luca Laurenti (illustrazione)]  

In breve: Scritta da un autore con pluriennale esperienza di soggettista e sceneggiatore di fumetti, la storia del romanzo – dura, criminale e spietata – sarebbe facile da riversare nel cinema. Ma (con minimo sforzo e qualche piccolo assestamento) i suoi propositi d’intensità risulterebbero più che adatti anche al teatro.

Trama
: Nell’atmosfera squallida e silenziosa di una sala interrogatori, una donna attende di parlare con il magistrato che si occupa del suo caso: è Annamaria Ferraro vedova Nicotra, bella trentasettenne i cui pensieri vagano già tra la realtà che la circonda ed un passato dal quale evidentemente non vuole staccarsi.

Dopo qualche tempo viene raggiunta dal sostituto procuratore Silvia Germano, altra bella donna, severa e professionale, che non tarda ad entrare in argomento: c’è un morto (Marcello Nicotra, marito di Annamaria, è infatti la vittima del crimine da indagare) e si spera che l’interrogatorio della stessa Annamaria aiuti a ricostruire l’esatto svolgimento dei fatti che hanno condotto a tanto.

La vedova inizia il suo racconto andando indietro di quasi vent’anni anni, all’epoca del primo incontro con l’uomo – più anziano di lei – che sarebbe poi diventato suo marito. Un uomo forte, attraente e molto amato, che in ogni caso nascondeva parecchi segreti. E’ Silvia Germano che, grazie alle indagini svolte dalla Procura, è in grado di riempire le molte lacune in proposito, rivelando con chiarezza tutto ciò che Annamaria aveva solo vagamente sospettato, o che spesso aveva preferito ignorare: Marcello Nicotra apparteneva ad una famiglia malavitosa potente e rispettata, e dopo la morte del padre (ammazzato per ordine di una famiglia rivale) ne aveva preso le redini con efficiente mancanza di scrupoli. Nel tempo aveva fatto carriera, si era addirittura trasferito dalla Sicilia al Piemonte, aveva affrontato – e superato – numerose difficoltà, ma alla fine era accaduto qualcosa che non era riuscito a controllare. Errori di valutazione, eccesso di fiducia in sé stesso e nelle proprie risorse, eventi ingovernabili e insospettabili tradimenti, avevano finito per portarlo alla rovina: e tuttavia l’esatta natura della sua morte rientra in un insieme di fatti un po’ più indefinibili e complicati. E’ dal dialogo serrato tra Silvia e Annamaria, a tratti velato ma sempre ricco di intendimenti, che scaturisce per il lettore un graduale aumento della comprensione e della consapevolezza. Alla fine qualche sorpresa salta fuori ugualmente, benché Silvia – mentendo e sapendo di mentire – finga poi di stabilire che ciò di cui si sta occupando sia “solo un caso […], un caso come gli altri”.


Commento
: Eclettico personaggio, da molti anni soggettista e sceneggiatore di fumetti per la casa editrice Bonelli, personalmente Pasquale Ruju mi è noto soprattutto grazie alle storie riguardanti Dylan Dog. Nel tempo ne ha scritte parecchie, e in genere si tratta di storie somiglianti a quella del romanzo: belle e un po’ tristi, non prive di una certa ferocia, storie in cui il passato rincorre il presente, determinandolo e, magari, prendendolo a calci.
E proprio in un vecchissimo albo di Dylan Dog curato da Pasquale Ruju si trova una frase che non è impossibile porre in relazione con questa sua più recente creazione. Si dice là, verso la fine: “Un giorno anche la Morte potrebbe volere una compagna accanto a sé, [… ] a cui voler bene”: sono parole che ben si adattano al personaggio di Marcello Nicotra, il quale per molti versi – con il suo comportamento, con la violenta mancanza di scrupoli e di pietà, con la determinazione inumana che lo contraddistingue – è assolutamente equiparabile alla Morte; eppure quest’uomo ha scelto una donna “normale” come Annamaria, ne ha fatto la propria amatissima moglie, l’ha rispettata e circondata di tutto ciò che poteva renderla serena, tranquilla e felice. Non le ha mai spiegato la verità nei particolari, non le ha lasciato grandi spazi di manovra né le ha dato un figlio, tuttavia il suo attaccamento è sempre stato autentico, orgoglioso e sincero. Non sufficiente però ad evitare il peggio, benché Annamaria lo abbia sin dall’inizio ricambiato in pieno.
La narrazione non mi è sembrata rigorosamente convincente in ogni suo elemento, ma tutto sommato questo romanzo può essere considerato un giallo solo sino ad un certo punto; non lo si legge per indagare a fianco degli investigatori, quanto piuttosto per verificare come procedono gli eventi, dove vanno a parare. E lo si legge con piacere, facilmente, rapidamente.

Il segno distintivo della vicenda può forse essere identificato in un certo grado di interessante ambiguità. Abbastanza per tempo – ma non subito – si scopre che per la Procura il “caso” in esame è quello dell’omicidio commesso ai danni di Marcello Nicotra, ma anche quando tale epilogo sembra ormai definito, rimane ugualmente per il lettore il gusto delle ulteriori scoperte elargite dalla trama: innanzitutto, non è per nulla chiaro chi sia il responsabile di quella morte, benché la vita delinquenziale di Nicotra autorizzi ad avanzare varie ipotesi. Poi, anche quando le evidenze si accumulano attorno alla stessa Annamaria, i dubbi rimangono, anzi si moltiplicano. Insomma, i fatti si sono veramente svolti nella maniera più semplice da ipotizzare o c’è sotto qualcosa di più?
La risposta a quest’ultima domanda potrebbe essere sì e no: sfrondata dai particolari di contorno – che comunque vanno tenuti in considerazione – la storia in fondo è poco complicata: l’ambiguità vera risiede semmai nelle sfumature del comportamento umano, in quelle cose spesso così difficili da capire o da catalogare, dopo che se ne sono verificati gli effetti.
Qui l’effetto è di sicuro una morte, però se si volessero definirne anche le cause bisognerebbe introdursi in un territorio un po’ più oscuro e molto meno preciso. Crimine innato e passione frustrata: alla fine è arduo affermare cosa abbia pesato di più.

Per questo l’aspetto più affascinante e riuscito del romanzo è la forma scelta dall’autore per costruirlo: sfuggente da un lato, eppure perfettamente significativa.




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sabato 6 agosto 2016

IL RITRATTO DI ELSA GREER, di Agatha Christie [1943; GB: "Five Little Pigs"; USA: "Murder in Retrospect"; edizioni italiane varie]  



In breve: Approfittando dell’apatico periodo estivo, durante il quale le novità editoriali si tramutano in affascinanti ipotesi per l’immediato futuro, torno al mio amore di sempre: quello per il giallo, classico e immortale. E chi più classica e immortale di Dame Agatha Christie?!
Però non definiteli libri da spiaggia, che potrei inca... volarmi di brutto.

Trama
: Mary Lemarchant, una bella ragazza canadese da poco maggiorenne, si rivolge a Poirot per far luce su di una delittuosa vicenda avvenuta nella campagna inglese sedici anni prima. Mary in realtà non si chiama Lemarchant, bensì Crale: è la figlia di Carolina e Amyas Crale, il famoso pittore. Le è stato cambiato nome tanti anni prima quando, bambina di quattro anni, venne spedita dall'Inghilterra al Canada per vivere con alcuni parenti. Sua madre Carolina infatti era stata accusata e condannata per l'omicidio del marito - evitando la forca solo grazie alle circostanze attenuanti - e alla piccola erano stati risparmiate le tragiche conseguenze del fatto. Compiuti i ventun anni però Mary è venuta a conoscenza di tutto; le è stata anche consegnata una lettera della madre, morta in carcere ormai da tanto tempo, nella quale Carolina assicura la figlia della propria innocenza.
Il problema di Mary, che sta per sposarsi e non desidera ombre nel suo passato, è appunto questo: non solo desidera sapere tutto ciò che è accaduto in quella lontana estate che ovviamente non ricorda, ma vuole anche che Poirot l'aiuti a dimostrare l'innocenza della madre, nella quale lei crede fermamente.
Lusingato dalla fiducia che Mary nutre nei confronti delle sue capacità, Poirot accetta il difficile caso, rifiutando di lasciarsi influenzare tanto dalla presunta innocenza di Carolina quanto dal verdetto di colpevolezza che l'aveva rinchiusa in carcere. Tuttavia sin dall'inizio si rende conto che le difficoltà sono enormi: le prove contro Carolina erano davvero schiaccianti, quasi nessuno dubita della sua colpevolezza e al tempo del processo la stessa accusata sembrava dimostrare, con il suo atteggiamento rinunciatario, la triste consapevolezza di aver ucciso l'uomo che amava.
Perchè questo è innegabile: Carolina amava Amyas alla follia, tanto da lasciarlo libero nella sua arte, sopportando pazientemente persino tutte le scappatelle del marito, molto sensibile al fascino femminile. Amyas però era sempre tornato all'ovile... almeno finchè non aveva incontrato la bellissima Elsa Greer.
La ragazza, giovanissima, ricca egoista e senza scrupoli, lo aveva catturato e non intendeva più lasciarlo; con l'insensibilità che gli era propria Amyas aveva portato Elsa nella sua bella casa di Alderbury per farle un ritratto, imponendo in pratica alla moglie la presenza dell'amante. La situazione si era fatta tesa e sempre più difficile: liti, riappacificazioni e alla fine, Elsa che dichiarava l'intenzione da parte di Amyas di lasciare la moglie per sposare lei.
Il giorno seguente Amyas moriva avvelenato mentre stava per terminare il ritratto fatale; il veleno era nel suo bicchiere di birra ghiacciata, e quella birra gliel'aveva portata Carolina. Come dubitare dunque della concatenazione degli eventi?
L'unico modo per ricostruire l'accaduto, al di là degli aridi resoconti ufficiali, è quello di affidarsi alla memoria di coloro che ne erano stati partecipi. Poirot contatta dunque le cinque persone che erano state presenti ad Alderbury assieme ai Crale: Philip Blake, il miglior amico di Amyas, e suo fratello Meredith; la sorellastra di Carolina, Adrienne Warren, e la sua istitutrice, la signorina Cecily Williams. Infine lei, la ragazza del ritratto, il perno di tutta la vicenda: Elsa Greer.
Ciascuno di loro parla con l'investigatore e compila un resoconto dei fatti, così come li ha vissuti e come li ricorda: da quei colloqui e da quelle pagine Poirot riuscirà a trarre infine l'unica verità, spiegando così non solo lo strano atteggiamento assunto da Carolina durante il processo, ma illustrando anche come erano realmente andate le cose.
La soluzione del caso risulterà insieme liberatoria e del tutto priva di pietà.

Commento
: Di romanzi belli Agatha Christie ne ha scritti molti: non è forse possibile stabilire, al di là delle preferenze personali, quale sia il migliore in assoluto, ma certo Il Ritratto Di Elsa Greer si colloca piuttosto in alto in qualunque tipo di classifica. L'abilità della trama si coniuga con l'intelligente psicologia dei personaggi, rendendo non solo credibile ma addirittura affascinante quella che in altre circostanze sarebbe una ben strana storia, e il romanzo si legge tutto d'un fiato, dal classico inizio all'inquietante epilogo.
La parte più straordinaria è quella dei memoriali scritti dai testimoni: potrebbe risultare noiosa, invece è estremamente viva. In pratica, per cinque volte viene narrata la stessa identica vicenda ma sono i punti di vista, a fare la differenza: ed è proprio tra le varie affermazioni, le dichiarazioni, le omissioni e le sfumature che Poirot riesce infine a leggere la verità.
Altrettanto affascinanti i personaggi: il prosaico Philip, legato a Carolina da un complesso sentimento di amore-odio, che è diventato un ricco agente di cambio; l'antiquato e tentennante Meredith, quasi troppo cavalleresco per essere vero; Adrienne Warren, che da ragazzina scapestata si è trasformata in archeologa di fama; la signorina Williams, povera ma intelligente e indomita; Elsa Greer, ancora bella, ma spenta e rabbiosa dopo la morte di Amyas: ora è Lady Dittisham, al suo terzo matrimonio.
E su tutti Carolina Crale: bella e delicata, impetuosa al limite della violenza, amata e innamorata, infelice e strana... un enigma alla fine faticosamente svelato.

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venerdì 29 luglio 2016

PASSEGGERI NOTTURNI, di Gianrico Carofiglio [Einaudi ed. - Stile Libero BIG, 2016; pag.98; per la copertina: Alessandro Gottardo (illustrazione), Riccardo Falcinelli (grafica)]



In breve: In una recente intervista Gianrico Carofiglio ha sottolineato come, per propria natura, lo scrittore sia una creatura assolutamente “indiscreta”: qualcuno che DEVE origliare le conversazioni, appropriarsi del mondo, osservare la gente. Ed è appunto così che ha realizzato questo libro: inglobando e assimilando la realtà prima di tradurla in significative parole da riversare sulla pagina.

Il contenuto: Il libro include trenta narrazioni brevi, ciascuna non più lunga di tre pagine. Alcune costituiscono veri e propri racconti; altre descrivono ricordi, esperienze o riflessioni personali dell’autore; molte sono paragonabili a piccoli (ma completi) saggi di argomento etico, giuridico, sociologico, storico, politico: a volte senza confini definiti tra l’una e l’altra categoria, cosicché il lettore possa decidere in proprio dove e in qual modo portare il pensiero.

-Quarto potere / -Draghi / -Aria del tempo / -Calligrafia / -Articolo 29 / -Un addio / -Confessioni 1 / -Confessioni 2 / -Il biglietto / -Tahiti / -Pezzi grossi / -Sinceramente / -Canestri / -Stanlio e Ollio / -La scorta / -Mario bis / -Poliziotto buono / -Contagio / -Binari / -La riduzione delle tasse / -Avvocati / -Profezie / -Tutta la verità / -Epitaffio / -Tranelli / -Scrivanie vuote / -Il riassunto / -Rane / -Nelle Ardenne / -Stanze

Commento
: Poco personaggio, molto uomo e scrittore, ormai Gianrico Carofiglio accompagna le mie esperienze di lettrice da quasi una decina d’anni. Ho iniziato a frequentarlo grazie ai romanzi con l’avvocato Guido Guerrieri, che rimangono i miei preferiti, ma in seguito ho imparato ad apprezzarlo più globalmente: qualunque cosa scriva, riesce a renderla bella, interessante, degna di essere scorsa con avidità e attenzione.
Gianrico Carofiglio è uno di quei rari autori che fanno sembrare la scrittura un’attività facile e piana (illusione creata dallo stile scorrevolissimo), mentre in realtà sottopongono alla considerazione del lettore storie tutt’altro che semplici o banali, riflessioni frutto tanto dell’intelligenza quanto dell’esperienza, pagine che talora – spesso – è cosa buona e giusta andare a riprendere più volte dopo una prima lettura.
Così, questo smilzo libretto si fa divorare in un’oretta ma garantisce di rimanere nella memoria molto più a lungo. Nel centinaio scarso di pagine che lo compongono trovano posto molti degli elementi tipici dello stile e della narratività di Carofiglio: l’attenzione alle cose e alle persone (che vengono non solo viste e udite, bensì guardate e ascoltate); l’amore per la verità (la cui ricerca è necessaria persino laddove sembrerebbe di dover preferire il suo contrario); il piacere del pensiero attivo; il peso affascinante, impegnativo, pericoloso e inquietante delle parole; la prosa che senza sforzo tende a sconfinare nella poesia.
Ciò che ne esce alla fine è un’immagine del mondo tutt’altro che buona e rassicurante: sempre onesta, però, non di rado illuminata da una fulgida ed ammirevole ironia.
E non mancano nemmeno alcuni sprazzi autobiografici, ugualmente canzonatori: Gianrico Carofiglio si prende sul serio solo quando è il caso, per il resto non nasconde mai di essere una creatura umana fallibile, dotata di incertezze, limiti e variabili virtù. Ma se si guarda allo specchio, quasi sempre ti invita a sorridere con lui.

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sabato 16 luglio 2016

L'INVASIONE DELLE TENEBRE ("Down - Floodgate", 2015), di Glenn Cooper [Casa Editrice Nord, 2015; traduzione di Monica Bottini; pag.476; immagine di copertina: Davide Nadalin] 


In breve: Terzo volume della saga epica e apocalittica iniziata con Dannati.
Tornano molti dei protagonisti e dei comprimari sin qui sopravvissuti: la scienziata Emily Loughty, l’ex militare John Camp ed altri noti personaggi.
Storia arricchita da numerose scene drammatiche che sarebbero in grado di procacciare qualche orgasmo creativo agli sceneggiatori di Hollywood, con un epilogo che non tutti i lettori devoti riusciranno a mandar giù tranquillamente.

Trama: La situazione venutasi a creare in seguito all’imprudente sperimentazione con il MAAC – l’acceleratore di particelle i cui tunnel corrono nel sottosuolo della campagna inglese attorno alla cittadina di Dartford – è ormai fuori controllo. Le aperture che mettono in comunicazione i due universi – la Terra e quello che a tutti gli effetti è stato identificato come l’Inferno – si moltiplicano, tendono ad ampliarsi e rimangono pienamente agibili anche dopo lo spegnimento dei macchinari.
Dalla parte inglese sono scomparsi una decina di studenti che frequentavano una prestigiosa scuola privata, più tutti gli scienziati e gli agenti speciali che affollavano la sala controllo del MAAC; dall’Inferno sono invece arrivate orde di dannati desiderosi di tornare a godere le gioie della vita. Ma in definitiva è impossibile calcolare esattamente quanti siano stati i passaggi nell’uno e nell’altro senso, tanto più che nell’Oltre la notizia sull’esistenza dei varchi si sta diffondendo sin troppo velocemente.
John ed Emily, profondamente coinvolti nella faccenda sin dal principio, sanno perfettamente quale sia ormai l’unica cosa da fare: tornare per l’ennesima volta all’Inferno e trovare Paul Loomis, l’ex direttore del MAAC suicidatosi qualche anno prima, dopo aver ucciso la moglie e l’amante di lei; Loomis infatti è l’unico ad avere qualche idea sul modo in cui i passaggi tra gli universi possono essere definitivamente richiusi.
Dato il poco tempo a disposizione, e in considerazione del fatto che la situazione politico-militare dell’Inferno è in continua evoluzione, l’impresa si presenta tutt’altro che agevole: l’organizzazione del viaggio è forzatamente rapida e priva di tentennamenti, mentre la supervisione generale rimane nelle mani di Ben Wellington, il sempre più stressato responsabile dei servizi segreti.
In corrispondenza dei quattro varchi principali vengono dislocate altrettante squadre di SAS con il compito di bloccare il flusso dei dannati. Poi, mentre re Enrico VIII (precedentemente risucchiato sulla Terra) va a rendere lievemente nervosa la Regina d’Inghilterra e si appassiona agli sceneggiati TV che narrano le gesta dei Tudor, Emily, John e il suo braccio destro Trevor Jones tornano all’Inferno, decisi a fare tutto il possibile per recuperare gli umani dispersi e per trovare Loomis. John ritiene utile coinvolgere nell’impresa anche il fratello Kyle, burbero, ostile e decisamente fuori forma, ma in possesso di qualche interessante abilità.
Molti sono gli accadimenti nei due universi e le molteplici vicende, su di uno sfondo complesso determinato tanto dall’intenzione quanto dalla casualità, mettono in evidenza il meglio ed il peggio di cui entrambe le parti sono capaci. Alla fine comunque gli obiettivi principali vengono raggiunti: gli umani supersiti tornano più o meno tutti a casa e Loomis riesce davvero a sigillare i punti di contatto tra gli universi. In cambio ottiene di poter rimanere sulla Terra per cercare di recuperare un improbabile rapporto con i propri figli.
Ma all'improvviso, quando tutto sembra finito in maniera relativamente felice, gli artigli della sorte  ghermiscono di nuovo alcuni dei protagonisti: e per loro, in qualche modo, la storia riprende e cambia totalmente direzione.


Commento
: Inatteso e spietato, duro e irrimediabile, l’epilogo del romanzo potrà piacere o non piacere, convincere o spiazzare: in effetti però è lì che si annida l’unico vero elemento di novità in grado di salvare da una certa debolezza la vicenda narrata, incalzante, avventurosa e crudele quanto si vuole, ma anche avviata su binari ormai un poco consunti.
Questo volume rende la saga iniziata con Dannati una trilogia, ma a ben guardare esistono i presupposti perché il tutto sia in grado di evolversi in una tetralogia, ed oltre: la vicenda principale sembra in qualche modo aver raggiunto un punto di non ritorno, tuttavia alcune questioni rimangono se non proprio in sospeso, almeno soggette ad eventuali ulteriori sviluppi, e gli stessi personaggi – seppur in modi molto diversi gli uni dagli altri – hanno ancora parecchie possibili esperienze da attraversare e da portare a termine. Ad esempio, verso la fine del romanzo Enrico VIII torna all’Inferno, in un mondo nel quale sa di aver già perso il trono, mentre sulla Terra Trevor Jones non vede l’ora di trasformarsi in un devoto marito e padre di famiglia. Senza contare poi la sconveniente quantità di armi moderne ormai sparpagliate per tutto l’Inferno, o l’incertezza riguardante il  numero effettivo di umani e di dannati che, volenti o nolenti, alla chiusura dei varchi sono restati nell’universo sbagliato.
In ogni caso, io sarei tentata di augurarmi che la saga si concluda qui: Dannati è stato un romanzo riuscito e giustamente molto amato soprattutto in virtù della sua capacità di creare un mondo abbastanza nuovo e insolito, un Inferno realistico e insieme fantastico, storico e atemporale, coerente e immaginifico, libero da regole che non fossero quelle coniate dal suo stesso autore. I volumi seguenti non hanno fatto altro che confermare l’incipit, aprendo gradualmente il varco ad una certa ripetitiva routine. Questo terzo volume presenta una serie di eventi un po’ episodici e frammentari, a tratti quasi sbrigativi; i personaggi ricorrenti vanno gradualmente impallidendo e perdendo spessore, mentre le nuove entrate non sembrano nulla di speciale. La parte di Inghilterra interessata dall’invasione si trasforma in un aspro territorio di guerra marcato dal fetore di morte dei dannati e dal precario profumo di vita degli umani: ma i soli a rimanere davvero sorpresi dagli eventi sono gli sprovveduti e poco informati abitanti. E in quanto all’Inferno, rimane ovviamente un luogo da cui cercare di stare lontani: ma il fatto è che – un po’ meccanicamente – se ammazzi qualcuno o ti rendi comunque responsabile della sua morte, è lì che finisci.
A mio parere, i veri punti di forza di Glenn Cooper come autore non sono mai stati né lo stile immortale né l’assidua ricerca della profondità, quanto piuttosto la singolarità e l’arditezza delle storie narrate: e purtroppo sono proprio tali caratteristiche che qui si perdono progressivamente. Per lui, che già ci ha regalato tante ore di amene letture, è dunque giunta l’ora di dedicarsi a qualcos’altro che possa di nuovo avvincere e sorprendere.

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venerdì 15 luglio 2016

Aparicio, Presencia e il coguaro.

Ho scoperto - con un certo lieto stupore - che nelle "Note finali" della sua più recente raccolta poetica Sulle tracce dell'America Patrizia Villani ha citato come fonte la vecchia versione di questo blog, nel quale effettivamente compariva un brano parzialmente dedicato ad una delle poesie del libro (all'epoca ancora inedito). Ringrazio l'autrice per l'inattesa citazione, e me ne dichiaro piuttosto lusingata. Per offrire agli eventuali lettori (suoi e miei) l'occasione di trovare reale riscontro all'indicazione, ripubblico qui il vecchio post, la cui versione originale risale a luglio dell'anno passato.

 
APARICIO, PRESENCIA E (PURTROPPO) IL COGUARO.


L’ultima preghiera di Aparicio nelle fauci del coguaro”
, di Stefano Bortolussi (in Califia, pag.49-58; Jaca Book ed., 2014)

Sogno e preghiera di Presencia”
, di Patrizia Villani (in Sulle tracce dell'America; Moretti & Vitali ed., 2016]
 



Califia
,  bella raccolta poetica di Stefano Bortolussi, è coinvolgente e significante a livello integrale. Fra le ventisette che compongono la raccolta devo tuttavia confessare una certa preferenza personale per le poesie dell’ultima parte, non solo in virtù di un indiscutibile valore oggettivo, ma anche perché il loro carattere fortemente narrativo consente a quelle poesie di illustrare – tra mille suggestioni collaterali – ciò per cui, come lettrice, io vivo: ovvero, un buon numero di storie.
In quella sezione della raccolta si trova L’innato autolesionismo del plantigrado, la poesia che ricrea e trasmuta il personaggio di Philip Marlowe, la poesia che per me ha segnato l’inizio di nuovi percorsi di lettura. E lì si trova anche L’ultima preghiera di Aparicio nelle fauci del coguaro, il cui titolo dice molto (ma non tutto) sulla straordinaria narrazione a seguire.
Avevo già iniziato a riflettere e a scrivere sulla poesia in questione quando ho scoperto che Patrizia Villani, amica dell’autore, a sua volta ammirevole poetessa, ne ha composta un’altra assolutamente complementare: se Stefano Bortolussi ha dato voce ad Aparicio, Patrizia Villani ha fatto la stessa cosa con la moglie di lui, Presencia. Dato il profondo legame esistente tra i due personaggi (accennato nel primo canto, amplificato nel secondo) credo che considerare entrambe le poesie – le vicende, i sentimenti, i punti di vista – sia più che utile: quasi doveroso.


LA VOCE DI APARICIO
– Ad una svolta del sentiero che sta percorrendo al limitare del deserto che segna il confine tra Stati Uniti e Messico Aparicio, giovane bracciante in una piantagione clandestina di marijuana, viene improvvisamente assalito da un coguaro. Per lui non c’è modo di sottrarre il corpo al famelico strazio da parte della belva; la mente invece si abbandona fulminea ai ricordi: la vita incerta e miserabile vissuta sino a quel momento, le speranze difficili da realizzare, gli affetti lasciati forzatamente incustoditi: l’amatissima moglie Presencia e la figlia nata da poco, Carnación.
All’inizio il terrore e il dolore prendono il sopravvento, e al cospetto del suo sangue e delle sue carni a brandelli che si mescolano alla polvere Aparicio spera soltanto che tutto finisca rapidamente. Poi, così bello e potente finisce per essere il conforto di quelle immagini ricreate dalla coscienza sul punto di spegnersi che, contro ogni logica, Aparicio viene indotto a pregare perché al contrario la sua dipartita sia lunghissima e lenta.

LA VOCE DI PRESENCIA – Rimasta nella loro povera casa assieme alla figlioletta Carnación, Presencia eleva una preghiera per il ritorno del marito Aparicio, emigrato nella ricca America, alla ricerca di lavoro e di occasioni migliori. La donna si è improvvisamente svegliata da un sogno nel quale le è parso di udire il proprio nome, chiamato dal marito lontano.
Mescolando dolore e rimpianto con i morsi di alcune vaghe premonizioni, Presencia lamenta – per sé stessa e per la figlia che cresce ma non può ancora comprendere – tutto il peso dell’assenza dell’uomo amato, tutta l’angoscia per la forzata separazione.
Con ogni probabilità il silente pomeriggio nel quale Presencia si risveglia infelice e turbata è il medesimo pomeriggio nel quale Aparicio incontra il coguaro, e le paure vanno dunque a coincidere con la realtà. Presencia però, durante la sua preghiera, esprime soltanto ansiosi timori: ancora non possiede la stessa consapevolezza del lettore, ancora non sa che Aparicio è morto, e dunque non potrà tornare.


- Degne di un antico poema tragico, la storia di Aparicio e Presencia, la stagione breve del loro amore profondo, la loro sacrificata esistenza, risultano emozionanti e coinvolgenti.
Ricca di suggestioni cinematografiche e letterarie più o meno tangenziali (compreso il mio amato John Connolly) la vicenda di Aparicio è altrettanto ricca di rimandi alla realtà. Si colloca infatti sullo sfondo di un paesaggio vero, concretamente (e moralmente) difficile, quell’arida pista di confine tra Stati Uniti e Messico, non a caso denominata The Devil’s Highway, su cui si snodano i percorsi – ugualmente illegali, parimenti alimentati dall’avidità e dalla speranza – dell’immigrazione clandestina e del traffico di droga.
Potenzialmente la vicenda di Aparicio ha dunque una valenza abbastanza universale, dato che nel tempo migliaia e migliaia di messicani hanno cercato un’esistenza migliore oltre il confine; eppure, giocata com’è sull’esperienza di vita e di morte di un singolo uomo, riesce anche ad essere intima, particolare, unica e irripetibile. Il destino manifestatosi sotto forma di famelico coguaro appartiene innanzitutto ad Aparicio, solo a quel momento inevitabile, solo a quel luogo, a quella svolta del sentiero.
L’intero episodio possiede invero una strana, fatale religiosità, ribadita dal rapporto con lo strumento stesso di morte, che per Aparicio si converte non in supplica generica, ma in specifica preghiera. E numerosi sono gli elementi sacrali che contribuiscono a sottolineare il concetto: la roccia resa simile alla testa di un santo dall’azione dei venti e delle sabbie; l’immagine della Vergine che brilla (al neon) per la sua forzata assenza; i nomi di Aparicio, Presencia e Carnación, piccola “trinità” famigliare, magica e giocosa; l’ascendenza divina del coguaro, nel momento in cui lo si rievoca come antica e venerabile entità presso gli aztechi. Ci sarebbe da considerare naturalmente anche la vita umana, sacra per definizione, non fosse per il fatto che qui l’idea di vita pare già sostanzialmente perduta in partenza, disseminata com’è nel triste divario tra necessità e speranza.
Affiora invece, ed anzi si impone, una sacralità diversa, quella dei ricordi, anche infelici: è tutto ciò che Aparicio possiede nei suoi ultimi momenti, tutto ciò che ancora per pochi attimi lo trattiene nella realtà, tutto ciò che gli rimane, che lo giustifica come essere umano esistito nel tempo e nel mondo, nella contiguità con coloro che lo hanno amato, e che lui stesso ha amato.

L’ultima immagine che occupa la mente di Aparicio è quella della moglie: poco più che bambina al tempo del loro primo incontro, donna irripetibile in ciò che è venuto dopo. E’ in lei, è nel ricordo fluido e potente di un amplesso, che Aparicio si appresta a morire, chiedendo però di vivere ancora e ancora, accogliendo con gioia persino il dolore, pur di non doversi strappare da quel povero ed immenso tesoro.
Nel frattempo, lontana nello spazio ma vicina nel desiderio, Presencia cerca di continuare la propria vita. Resa inquieta dai brandelli del sogno dal quale si è improvvisamente risvegliata, la donna non può fare a meno di fissare il pensiero sui timori per il marito assente, sugli sforzi richiesti dalla necessità di sopravvivere senza di lui. Le sue preoccupazioni sono insieme peculiari e quotidiane: è consapevole dei rischi che il suo Aparicio corre in quell’America così aliena e promettente, è tormentata dai ricordi di tempi più felici, dalla vastità dei progetti cullati nella speranza, ma contemporaneamente non può trascurare la casa o la preparazione del cibo. Non può – né vuole – trascurare la piccola Carnación, quella figlia che Aparicio (ingannato dalla separazione) ricorda come una neonata dai tratti indefiniti, e che invece è ormai una bambina che cresce veloce, che pensa e fa domande alle quali è sempre più difficile rispondere. Un piccolo fiore vestito di rosso, un piccolo fiore nato sull’orlo di un fossato, un piccolo fiore che suscita amore e mille preoccupazioni.
Nell’attesa la madre, la moglie, la donna che Presencia continua ad essere va perdendo la propria saggezza e la propria pazienza, il proprio sonno. Il letto vuoto e freddo nel quale trascorre le sue notti inquiete, a suo tempo costruito dallo stesso Aparicio, richiama alla mente il letto leggendario costruito ad Itaca da Odisseo, e rende Presencia simile ad una Penelope consumata dal dubbio, lasciata sola con sé stessa, con tante domande, con una preghiera destinata a rimanere inascoltata.
Presencia ancora non sa – ma dovrà ben presto imparare – che la sua isola è già quasi sommersa dalle acque. E che all’orizzonte, non c’è né amore né fortuna né gloria, ma soltanto il silenzio.

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lunedì 11 luglio 2016

LE VERGINI DI PIETRA ("The Stone Virgins", 2010), di Ben Pastor [Sperling & Kupfer ed., traduzione di Paola Bonini; pag.387]   


In breve: Giallo storico di ambientazione romana tardo-imperiale, il romanzo è latamente ispirato a Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Bello, avventuroso e profondo, si lascia leggere agevolmente da chiunque. Anche da chi - eventualmente - non abbia mai letto una riga di ciò che Ben Pastor ha scritto negli anni.

Trama
: Primavera-estate del 305 d.C. Nelle due parti dell'Impero Romano sono appena saliti al trono i nuovi Augusti: Galerio in Oriente e Massimiano in Occidente. Il comandante di cavalleria Elio Sparziano, storico di buona fama ed uomo molto legato alla corte, riceve dall'imperatore Galerio in persona un difficile e pericoloso incarico: verificare se il mitico satrapo Ter Vishap che domina con il terrore la parte più estrema dell'Armenia Maggiore (un protettorato romano) sia in verità - come si dice - l'ex generale romano Paullo Curzio, dato per disperso nove anni prima nel corso del conflitto contro i persiani.
Ufficialmente Curzio è considerato I.A.D.E. (In Acie Desideratus Est , ovvero caduto in battaglia, e tanto morto da avere pure un sepolcro) ma le voci sono troppo insistenti per poter essere ignorate. Formalmente a Ter Vishap vengono offerte una carica riconosciuta e un'alleanza: in realtà però la minaccia da lui rappresentata è troppo grave, e la vera missione di Elio consiste nel trovarlo (cosa già di per sé non facile), ucciderlo e probabilmente rimanere a sua volta ucciso. Una missione di morte, insomma, che il comandante affronta però con calma, determinazione e intelligenza. Sin dall'inizio sorgono difficoltà: il mercante persiano Sanazar, che a Trebisonda costituiva il contatto iniziale di Elio, è morto da pochi giorni a causa di uno strano incidente: l'inspiegabile crollo di una tribuna nel quale assieme a lui sono perite molte altre persone. L'episodio finirà per
rivestire grande peso nell'epilogo nella missione perché in realtà Sanazar è stato ucciso; tuttavia altri ostacoli attendono Elio lungo la strada.
Il territorio da attraversare è aspro, semisconosciuto, infestato di pericoli naturali e non: con la sola guida dell'ambiguo Giulio Vardan, Elio inizia un viaggio che è anche allegoria esistenziale.
Diretto a Est, la sua meta sono le cosiddette Vergini di Pietra, picchi rocciosi che segnano un confine reale e simbolico: danno accesso al territorio controllato da Ter Vishap, ovvero dall'ex generale Curzio ormai sopraffatto dalla propria arroganza e brama di potere, ma ricordano anche le leggendarie Colonne d'Ercole, il confine oltre il quale l'uomo non può spingersi senza sfidare il Fato.
Dopo un lungo viaggio pieno di numerose esperienze (non tutte spiacevoli) Elio raggiunge il passo e incontra Ter Vishap. Fatto prigioniero, minacciato di violenze fisiche e morali, umiliato e indebolito in ogni possibile modo, il comandante deve ricorrere a tutta la forza e alla disciplina che possiede per resistere e per arrivare al duello diretto con l'avversario. Lo scontro (omerico, nella sua pesante fisicità) si risolve inaspettatamente a favore di Elio che in coincidenza con la morte di Ter Vishap ne scopre tutti i sorprendenti segreti: alcuni, per il mondo esterno, rimarranno tali.

Commento: Dopo i romanzi sulla Seconda guerra mondiale con Martin Bora, di Ben Pastor non volevo leggere altro. Martin è un personaggio difficile, ma l'ho amato così tanto! Ufficiale dell'esercito tedesco (vagamente ispirato alla figura del colonnello von Stauffemberg), in lui si mescolano drammaticamente l'uomo e il soldato: colto, austero, orgoglioso, durissimo con se stesso, Martin è un giovane le cui speranze personali e universali naufragano sullo sfondo tragico della espansione, e poi della sconfitta nazista. Possiede imperativi morali che lo condizionano costantemente, forza, coraggio, ed anche una grande sensualità. Leggere i romanzi di cui è protagonista è un'esperienza faticosa e impegnativa, eppure esaltante. Quando è dunque iniziato il nuovo ciclo di romanzi ambientati nella romanità tardo imperiale, ho opposto resistenza: non credevo di poter trovare qualcosa di altrettanto bello... ma mi sbagliavo. Le Vergini di Pietra è il terzo romanzo di una serie che alla fine comprenderà cinque volumi, e il suo protagonista Elio Sparziano (nome ben noto a chi come me adora la Storia Romana) non ha nulla da invidiare a Martin Bora: grandioso e sensuale quanto lui, vive a sua volta - seppur in modo diverso - la fine tremenda di un'epoca che nel bene e nel male ha segnato la Storia.
I protagonisti di Ben Pastor sono sempre magnifici e riportano alla mente ciò che una volta disse Daniela Comastri Montanari: se devi creare un personaggio, perché non crearlo bello e perfetto come lo desideri?! In realtà figure come Martin Bora o Elio Sparziano sono fisicamente attraenti, ma possiedono anche caratteristiche, limiti e debolezze che contribuiscono a renderli molto umani: eccezionali, eppure ugualmente umanissimi.
Elio, che è virile, coraggioso, bello e biondo (biondo dappertutto, se vi interessa... ) dal punto di vista della carnalità ha il vantaggio di vivere ancora in un mondo naturale, condizionato dalla filosofia, ma non dalla religione: Costantino è quasi dietro l'angolo, l'Impero però è ancora fermamente ancorato alla tradizione precristiana. Il corpo è un valore e la sessualità è espressione dell'umano quanto il pensiero o la parola.
Elio in ogni caso è soprattutto - ed orgogliosamente - un soldato di Roma: i tempi sono grami, ma il senso della virtus per qualcuno è rimasto intatto. Tutta l'ultima parte del romanzo è la straordinaria descrizione di un uomo che per un giorno e una notte, attimo dopo attimo, fronteggia l'idea concretissima della propria morte: gli stati d'animo, la resistenza, lo sforzo per mantenere sino all'ultimo la dignità e non cedere alla disperazione. La volontà di non sprecare se stesso, aggrappandosi alle proprie incrollabili convinzioni.
Quando infine si ritrova vivo - ancora vivo al termine del duello - Elio stenta a crederlo e deve ascoltare il suo corpo, il dolore fisico e l'immane stanchezza per convincersene veramente.
Ha poco più di 30 anni, il comandante, che forse è realmente esistito: ma la Storia non ci rivela cosa ne sia stato di lui. Speriamo che prima o poi ce lo dica l'immaginazione di Ben Pastor.

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sabato 9 luglio 2016

LA CUCINA DEGLI AMORI IMPOSSIBILI, di Roberto Perrone [Mondadori ed., 2013; pag.290]     



In breve: A volte, i libri che leggo li scelgo per disperazione: perché non c’è disponibile uno dei miei gialli diletti, o perché comunque io qualcosa lo DEVO leggere. Scelgo indipendentemente dai miei gusti, un po’ a caso, sperando magari di rimanere piacevolmente sorpresa.
Questo romanzo in particolare, a priori, non mi comunicava vibrazioni positive: “Sesso & cibo” - avevo pensato – “sai che novità”. Alla fine però mi è piaciuto abbastanza: un raro caso di salto nel buio approdato in un prato fiorito.
L’autore (un giornalista che scrive di viaggi, di sport e di enogastronomia) vi ha riversato il meglio delle proprie passioni, e il lettore finisce per sentirsene discretamente coinvolto.

Trama: Augusto (Gus) Cavasso ha trentacinque anni ed è un famoso giocatore di basket italiano, felicemente approdato (per circa vent’anni) nella NBA americana. Ha appena finito di giocare la sua ultima partita prima del ritiro, quando viene raggiunto da una brutta notizia: suo padre Cesare, cuoco di fama internazionale, è morto.

Si impone dunque il ritorno a casa per il funerale, anche se in realtà tra Gus e suo padre i rapporti erano praticamente inesistenti: proprio per sfuggire alla preponderante ed autoritaria personalità del genitore, il ragazzo aveva abbandonato l’Italia, la famiglia e il ristorante gestito per centocinquant’anni dai Cavasso con crescente fama e fortuna.
Gus in ogni caso non si sogna nemmeno di lasciare sole nel momento del dolore la dolce ed elegante mamma Ella e le quattro belle ed amatissime sorelle (Iole, Giovanna, Maria e Lorenza): le sue donne, con le quali – a dispetto del volontario esilio – ha continuato a mantenere ottimi ed affettuosi rapporti. Si imbarca così in tutta fretta su di un aereo e si appresta a tornare nella natia Liguria.
Durante il lungo volo conosce una ragazza che gli entra immediatamente nel cuore: Rossella, bella e determinata, in parte misteriosa. Anche Rossella rimane tutt’altro che indifferente a Gus.
Arrivati in Italia, purtroppo i due giovani scoprono un fatto inquietante: le loro famiglie – i Cavasso e i Maggiorasca – sono da tempo in lotta a causa dei rispettivi ristoranti: Vittorio Maggiorasca, ex secondo di Cesare Cavasso, è sospettato di avergli rubato una serie di ricette. La moglie di Vittorio, Anselma, è particolarmente colma di odio e di risentimento: insomma, Gus e Rossella, con la reciproca attrazione, rischiano di trovarsi in una sorta di tragica riedizione del “Giulietta e Romeo”.
Determinati a non lasciarsi coinvolgere in una guerra che in fondo non li riguarda direttamente, Gus e Rossella continuano a frequentarsi, e si innamorano sempre più profondamente. Hanno però atteggiamenti diversi: Gus è davvero intenzionato a tenere separate le questioni famigliari dal suo rapporto con Rossella; Rossella invece – leale verso i genitori – non riesce interamente a staccarsi da quelli che considera i suoi doveri di brava figlia affettuosa e devota.
Nel frattempo a Gus viene consegnata una lettera postuma del padre e con enorme sorpresa il ragazzo scopre di essergli mancato; Gus inizia così a recuperare gradualmente il rapporto con il genitore perduto e (forse) eccessivamente detestato, tanto che ad un certo punto – così come l’ordine delle cose richiedeva – accetta di diventare in tutto e per tutto il suo erede.
Gus avrebbe voluto avviare una carriera di sceneggiatore cinematografico (donne, cinema e musica anni Settanta sono le sue passioni), ma improvvisamente si ritrova ad essere un cuoco e a guidare il mitico ristorante di famiglia: non credeva di poterlo fare, ma si accorge che a suo favore giocano tanto l’istinto personale quanto tutte le nozioni acquisite sin dall’infanzia nella frequentazione con il padre. Gus insomma ha molto da imparare a livello pratico, però si scopre capace di inventare piatti sublimi in grado di proseguire degnamente la tradizione del ristorante di famiglia.
I Maggiorasca tuttavia non si rassegnano ad essere di nuovo relegati in seconda linea, dopo anni di umiliazioni subite ad opera di Cesare Cavasso, e subdolamente passano all’attacco. Ma in difesa della famiglia e delle proprie convinzioni Augusto riscopre una rabbia devastante, che lo induce a pianificare e a mettere in atto una vendetta dalle mille sfumature.
La cosa gli fa momentaneamente perdere il suo rapporto con Rossella, però gli offre anche infinite possibilità per il futuro.
Gus è consapevole di aver amato Rossella quanto del fatto di essere stato amato da lei: e con pazienza e fiducia si dispone ad attendere l’evoluzione di quegli eventi che in parte ha determinato lui stesso.

Commento: Scritto con stile attraente, scorrevole, intelligente ed intrigante, il libro si lascia leggere più che volentieri.
Malgrado il binomio “sesso & cibo” sottinteso dal titolo (non bellissimo) e il banale cuore in copertina, il romanzo – grazie al cielo! – non è un romanzo rosa: la storia d’amore tra Augusto e Rossella c’è ed è importante, ma tutto il resto a mio parere è molto più interessante: la rievocazione delle storie famigliari (bella e divertente quella dei Cavasso, a partire dalla indomita trisavola Iole), la descrizione dei paesaggi liguri, visti con gli occhi di chi li ama profondamente, la rotondità convincente dei personaggi, il gusto per il cibo come espressione di umanità, la nostalgia lieve dei ricordi dolci e sommessi, eppure tanto evidenti.
Del genere sentimentale il romanzo non ha nemmeno un happy end davvero totalizzante, dato che alla fine Gus e Rossella rimangono sospesi nel mare delle possibilità. Da romanzo rosa è invece il protagonista, implicitamente proposto (alle lettrici?) come una sorta di uomo ideale, magari da sognare e da sperare: Gus infatti è sensibile, equilibrato, ironico, eclettico e versatile, bravo in un sacco di attività (comprese quelle tra le lenzuola), attento e curioso nei confronti dell’universo femminile, ma non avidamente rapace. Diavolo: sa persino cucinare! E poi, naturalmente, è bello ed atletico, il che non guasta.
Insomma, è quel tipo di uomo che si incontra più tra le pagine della letteratura che nella realtà quotidiana… ciò tuttavia non ne diminuisce il fascino arioso, amabile e spumeggiante.



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giovedì 7 luglio 2016

L'ALTRO CAPO DEL FILO, di Andrea Camilleri [Sellerio ed., 2016; pag.301]  


In breve: Benché anziano e ormai cieco, come le grandi leggende delle letteratura e delle storia – Omero e Borges, tanto per citarne un paio – l’augurio un po’ egoistico ma sincero che si può fare ad Andrea  Camilleri è quello di continuare a scrivere in saecula saeculorum: quando se ne andrà, sarà atrocemente difficile venire a patti con la sua assenza.

Trama: Anno 2016. Sulla costa vigatese, come altrove in Italia meridionale, si moltiplicano gli sbarchi disperati dei migranti. Povera gente in fuga da guerre e miserie, il cui destino non sempre volge al meglio: li si salva se si può, ma li si trova anche morti tra le onde, o si deve tentare di recuperarli dopo pesanti esperienze di violenza esercitata o subita.
Gli uomini del commissariato, che nottetempo collaborano alle operazioni di salvataggio, sono sempre più esausti e scoraggiati. Montalbano stesso è così stanco, assonnato e depresso, che per distrarsi non trova niente di meglio che mettersi a firmare con foga la montagna di aborriti e spesso inutili documenti che gli infestano la scrivania.
Le cose cambiano (ma non si può dire “per fortuna”) quando a Vigàta avviene un efferato omicidio. Il caso appare tanto complesso che il questore accetta di esonerare Montalbano ed i suoi da qualunque altra attività.
La vittima di turno è Elena Biasini, una rinomata sarta da cui lo stesso Montalbano stava facendosi fare un abito da cerimonia per partecipare con Livia al rinnovo delle promesse matrimoniali da parte di un paio di amici comuni.
Bella dentro e fuori, bionda, amabile, gentile, comunicativa e solare, Elena non avrebbe dovuto avere un nemico al mondo: eppure, con enorme spargimento di sangue, è stata uccisa a forbiciate nel salone della sua sartoria. La violenza e l’evidente mancanza di premeditazione sembrerebbero indicare un delitto passionale; Elena, rimasta vedova in giovane età, aveva poi avuto varie relazioni ed era diventata l’oggetto del desiderio per parecchi uomini, compreso il non troppo morigerato Mimì Augello. Tutti i suoi amanti, reali o aspiranti tali, riescono però ad esibire alibi convincenti. Per uno di essi, il dottor Osman, dentista tunisino che lavora anche come interprete volontario in occasione degli sbarchi, l’alibi è addirittura costituito da Montalbano in persona.
E’ soprattutto questa apparente mancanza di un solido movente a bloccare inizialmente l’indagine; poi però Montalbano, la cui “sbirritudine” è composta tanto da intelligenza, tenacia ed esperienza quanto da immaginazione estemporanea, riesce ad imboccare la strada giusta. La soluzione del caso risiede nel lontano passato di Elena, ai tempi della morte del marito, in misteri mai svelati e in menzogne non ancora smascherate.
Per arrivare in fondo alla vicenda Montalbano decide di partire per il Nord, rischiando di affrontare nebbie minacciose e traditore che in realtà lasceranno il posto a paesaggi di imprevedibile bellezza e tranquillità. La trasferta repentina gli sarà comunque utile sotto molti punti di vista, e ancora una volta Montalbano avrà modo di congratularsi con sé stesso, di compiacersi per il perfetto e fenomenale incastro delle circostanze.

Commento
: Giunta al ventiquattresimo capitolo, la saga vigatese del commissario Montalbano si legge ancora più che volentieri. Mancano forse le novità clamorose, che lasciano il posto ad una confortevole ma non banale routine, tuttavia l’affetto che lega il lettore al personaggio rimane assolutamente intatto. Quelli di Vigàta, ormai sono la nostra famiglia.
Leggermente slegate tra loro, le due parti del romanzo (lo sfondo relativo agli sbarchi, che serve forse a creare un saldo legame con l’attualità, e l’indagine per omicidio) concorrono ugualmente a costruire un bello scorcio di vita umana e professionale per tutti i personaggi, tanto quelli principali quanto le comparse.
Malgrado l’impero dell’immaginazione letteraria e qualche scorcio onirico che accosta il romanzo al precedente Una lama di luce, Vigàta è un luogo sostanzialmente reale che serve da sfondo allo svolgimento di vite ricche di contrasti, quanto lo sono le vite vere: Beba porta pentoloni di zuppa al centro di accoglienza mentre il fedifrago Mimì, mai redento dalla condizione matrimoniale, medita tremende vendette ai danni dell’ultimo amante di Elena, dal quale si sente assurdamente defraudato; Catarella, che a stento riesce a prendersi cura di sé stesso, vorrebbe adottare il gatto di Elena, rimasto “orfano” in così tragiche circostanze; Livia ha preoccupazioni modaiole e mondane (forse a coprirne di ben più profonde) mentre Montalbano si scopre a considerare con fuggevole sorpresa la stranezza del suo rapporto con l’amata, senza provare però la benché minima voglia di andare a cambiare le cose.
La stessa Elena, in apparenza forte, serena e sicura, viene in realtà annientata da una minaccia proveniente dal lontano passato, riconoscibile nella sua esatta e pericolosa dimensione solo quando  è già troppo tardi.
Belli ed umanissimi tutti i personaggi. Una menzione speciale per il dottor Osman, taciturno ed enigmatico, in grado di piangere con sincero e toccante dolore la perdita irreparabile di un’amica – più che di un’amante – benché il suo stesso mondo sia già di per sé tanto difficile e precario.

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