mercoledì 21 settembre 2016

HAPPY BIRTHDAY, DEAR Mr. KING





La mia liaison dangereuse con Stephen King affonda le sue radici nella notte dei tempi. Per evitare di addentrarci in specificazioni cronologiche che potrebbero risultare imbarazzanti tanto per lui che per me, mi limiterò a dire che in un certo senso siamo cresciuti insieme: come scrittore Big Steve, come Fedele Lettrice la sottoscritta. Entrambi felici e soddisfatti; lui ricco, io un po' meno.
Durante la mia adolescenza avevo già sviluppato un grande interesse per l'horror in tutte le sue forme; credo di essermi fatta accompagnare da mio padre a vedere una buona metà dei film di Dario Argento o quant'altro di sanguinolento e terrificante il mercato potesse offrire all'epoca. Probabilmente papà non si è ancora ripreso, ma il mio gusto per il macabro si è poi velocemente ed allegramente esteso dallo schermo alla pagina scritta, con una netta preferenza - da un certo punto in avanti - per le storie di vampiri.
Dracula di Bram Stoker e Carmilla di Le Fanu, ovviamente; più tardi i romanzi di Anne Rice ed una serie infinita di racconti più o meno apocrifi, più o meno belli e interessanti.
Finché un bel giorno la mia attenzione inciampò nella più felice delle occasioni che mai scaffale di libreria abbia ospitato: Le notti di Salem (io però preferisco chiamarlo con il suo titolo originale, Salem's Lot), e l'autore era naturalmente un giovane Stephen King, in Italia ancora relativamente famoso e venduto.
Da quel momento non ci siamo più lasciati: nel tempo ho letto tutto quello che lui ha prodotto (anche sotto pseudonimo) e se in genere ho preferito attendere le edizioni italiane dei suoi libri, è solo perché l'impeto vorace nel leggerli ben poco si adatta ad una lingua che non sia la mia lingua madre. Ricordo ancora con angoscia il periodo in cui Stephen King decise di emulare l'esempio di Dickens, facendo uscire a dispense mensili Il miglio verde: furono necessari sei mesi (più di centottanta giorni!) per arrivare a leggere la fine di uno dei romanzi più intriganti da lui prodotti... spero non lo faccia mai più. La lettura in italiano del resto non mi ha impedito di esplorare le versioni originali, e comunque mi ha condotto a conoscere quello che (prima dell'attuale dispersione) era diventato il traduttore per eccellenza di Stephen King: il benemerito Tullio Dobner.
Ma lasciatemi tornare per un momento a Salem's Lot, perché è lì che tutto è cominciato.
Il romanzo parlava di vampiri, certo, ed era anzi una specie di tributo alle origini europee del mito; ma soprattutto già presentava quelle che avrei poi riconosciuto ed amato come due delle principali caratteristiche nell'opera del Nostro: aveva una storia statificata e collettiva, fatta di tante storie individuali, e riusciva a mescolare in maniera meravigliosa il presente dei suoi personaggi con il loro passato, con ciò che li faceva essere così com'erano.
Storia profondamente americana, tra l'altro, eppure anche profondamente immaginativa, tanto che la cittadina di Salem e il Lot (come più tardi Derry, Castle Rock o Haven) sono creazioni kinghiane, benché ispirate a luoghi reali e ormai tanto conosciuti ai Fedeli Lettori da essere in certa misura reali a loro volta.
In seguito Stephen King ha scritto libri più complessi e persino migliori, ma è con Salem's Lot che ho scoperto ed ho imparato ad amare il suo modo di scrivere e di costruire le storie: Carrie lo ha reso popolare in tutto il mondo (grazie tra l'altro al film bruttino che ne fu tratto), ma Salem's Lot lo ha dato a me per sempre. E me lo ha dato non tanto come "re del brivido" o "re dell'orrore" che dir si voglia, quanto piuttosto come scrittore puro e semplice: alcune delle sue cose più belle hanno un rapporto piuttosto labile con l'horror così come lo intende il mercato, o magari non l'hanno affatto. Di sicuro in Stephen King, laddove c'è qualcosa di inquietante o misterioso, non resta mai abbastanza spazio per lo splatter: lui sarà anche cresciuto con B movies e pulp magazines, ma poi si è evoluto ben al di là dei limiti di genere. Gli piacciono le STORIE, e grazie al cielo ha sviluppato sufficiente talento per farle vivere sulla pagina. Ma se volete attirarvi le sue ire e il suo sarcasmo, chiedetegli: da dove prende le sue idee? (perché in realtà sono le idee che prendono lui... ).
Leggendo Stephen King costantemente e con continuità si riesce ad instaurare con lui un bellissimo rapporto: non solo perché i suoi romanzi hanno spesso prefazioni o postfazioni che contribuiscono a collocarli con esattezza nella biografia kinghiana, ma anche perché ci si rende conto che nel tempo Stephen King ha creato un mondo, o meglio un insieme di mondi, molto complesso eppure coerente. Le sue storie presentano agganci con altre storie precedenti, i suoi personaggi conoscono e citano altri personaggi, la realtà narrativa di un romanzo va ad intrecciarsi - per poco o per molto, a seconda dei casi - con altre realtà narrative dello stesso autore, il tutto secondo linee molto libere che però risultano famigliari al lettore e lo fanno "sentire a casa".
Stephen King insomma ha dato vita nel tempo ad una sorta di comédie humaine postmoderna e molto americana, animata da quella che lui stesso definirebbe "sporca poesia": qualcosa che suscita un sentimento di calore che secondo la mia esperienza ben pochi altri scrittori riescono ad uguagliare, o anche solo ad avvicinare.
Ed è questo che fa di Stephen King un grande scrittore: non la popolarità, le classifiche di vendita, i soldi o i diritti cinematografici: bensì la sua unicità.
In lui c'è un amore straordinario per le storie e per i personaggi, per tutto ciò che nel bene, nel male e nei livelli intermedi appartiene all'uomo in quanto tale.
E' una sorta di umanista anacronistico e geograficamente dislocato: questo spiega l'impegno dei suoi personaggi nel combattere le battaglie che sono chiamati ad affrontare, magari a costo della vita. Ma crede anche in molte altre cose, nei miracoli e nella magia, nei miracoli che sono magia: e questo spiega tutto il resto, la meraviglia e il terrore che fanno parte dei suoi mondi.
Lo ammetto: Stephen King ha scritto anche romanzi poco riusciti (Christine, L'acchiappasogni, Revival) o decisamente bruttini (Cell). Ma sul versante del gradimento, se dovessi indicare in assoluto un unico romanzo, non potrei farlo perché ciascun romanzo mi ha dato qualcosa di particolare.
Forse potrei citare IT, il più corposo e complesso, o la lunga saga de La Torre Nera (che comunque richiederebbe un discorso a parte), ma subito dovrei aggiungere altri titoli, non tutti compresi nella lista dei più famosi: Misery, Gli occhi del Drago, The Stand, La zona morta, Il miglio verde, Buick 8, La bambina che amava Tom Gordon... E poi i racconti, o i romanzi brevi: come lasciare da parte cose splendide come Il corpo oppure Il poliziotto della Biblioteca, tanto per fare un paio di citazioni a caso?
Chi non lo apprezza, o più semplicemente chi non lo conosce bene, potrebbe pensare ai suoi romanzi come ad un coacervo di mostri, cadaveri e sangue generosamente sparso, quando in realtà si tratta piuttosto di storie dense e non prive di analisi sociale, con personaggi costruiti a tutto tondo. Storie complesse, a volte gigantesche, che si compongono da ogni direzione sotto gli occhi del lettore.
Stephen King è a sua volta un lettore vorace, ha una conoscenza enciclopedica della storie della musica e del cinema, è perfettamente in contatto con il mondo nel quale vive e sa giudicarlo correttamente: a volte con durezza, a volte con ironia, ma sempre con intelligenza e grande creatività.
Certo, nei suoi romanzi si trovano vampiri, mostri e demoni, morti viventi, lupi mannari, mutanti di vario genere e persino alieni cattivi; ma c'è anche tanta gente la cui normalità viene sconvolta dalle cause più disparate, che non necessariamente hanno a che fare con il soprannaturale: donne maltrattate, bambini dall'infanzia rubata, persone infelici a cui un incidente, un omicidio o un'epidemia ha tolto ciò che avevano di più caro.
Persone che possiedono un "dono" che equivale ad una maledizione.
Persone che gradualmente scoprono, riscoprono o valorizzano il conforto della solidarietà e della comunità: nessuno degli eroi di Stephen King è un eroe veramente solitario, nemmeno Roland di Gilead nella saga de La Torre Nera, benché sia quello che ci si avvicina maggiormente.
Stephen King ama la bellezza delle cose, degli ideali, delle persone: e non c'è differenza in questo tra uomini e donne.
Ama infinitamente i bambini, la loro innocenza, la loro pelle intatta, la loro mente ancora in formazione, l'istinto di cui sono dotati, tutto ciò che ancora possiedono a differenza degli adulti, che lo hanno perduto.
I bambini credono semplicemente laddove invece gli adulti si fermano a pensare. Ed è per questo che spesso nei suoi romanzi i bambini si battono con più successo contro le manifestazioni del Male: le vedono meglio e quindi non sono mai tentati di respingerle o negarle. Semplicemente, le affrontano: con incoscienza magari, mai senza coraggio.
Stephen King è un grande cantore dell'imperativo morale (di ascendenza pionieristica, più che kantiana... ) che spinge i suoi personaggi all'azione, alla necessità del fare: perché se scappi di fronte al mostro, hai già perduto.


© - Tutti i diritti riservati.

martedì 20 settembre 2016

BUCHI NELLA SABBIA, di Marco Malvaldi [Sellerio ed., 2015; pag.243. In copertina: rielaborazione grafica di un manifesto di Martin Lhemann-Steglitz, 1910 ca.] 



In breve: Un libro di Marco Malvaldi (uso a divertire il lettore in maniera intelligente); un giallo (il mio genere preferito) e per di più un giallo storico (ulteriore punto a favore); un giallo a sfondo storico, ambientato ad inizio Novecento, tra anarchia e melodramma, con una trama che si avvolge in gran parte attorno alla Tosca pucciniana (l’opera di cui probabilmente detengo il record mondiale d’ascolto quantitativo). Insomma, le premesse erano più che ottimali, eppure ho trovato il romanzo lievemente deludente.
Buono, però meno riuscito e coinvolgente rispetto a quel piccolo gioiello che è – e sempre sarà – Odore di chiuso.

Trama: Anno 1901, estate. Come punizione per avere scandalosamente preso per i fondelli l’augusto pubblico di un Circolo Culturale (compreso un certo numero di suore), il giornalista de La Stampa Ernesto Ragazzoni viene costretto dal suo seccatissimo direttore a partire per assistere ad una rappresentazione della Tosca, presso il Teatro Nuovo di Pisa. Malgrado gli aspetti fortemente antiautoritari della sua trama, la recentissima opera pucciniana verrà data in onore – e in presenza – di Sua Maestà re Vittorio Emanuele III; è prevista la partecipazione di alcuni interpreti di buona fama tra cui spiccano il tenore Ruggero Balestrieri (professionalmente geniale benché umanamente reprensibile nonché decisamente immodesto) e la giovanissima Giustina Tedesco, soprano più che talentuoso.
La sera fatidica (1° giugno) arriva: tanto in mezzo al pubblico quanto all’interno della compagnia di canto abbondano gli anarchici, ma il lavoro di prevenzione posto in atto dalle forze dell’ordine – rappresentate dal carabiniere Gianfilippo Pellerey, tenente delle Guardie Reali – evita eccessi e problemi, e l’opera approda felicemente al suo terzo ed ultimo Atto. Durante la scena della fucilazione accade però l’impensabile: Ruggero Balestrieri viene ucciso davvero, con un colpo d’arma da fuoco.
I possibili colpevoli sono parecchi, dato che tra passato e presente Balestrieri non era esattamente benvoluto, ma in cima alla lista dei sospetti si collocano ovviamente i quattro figuranti che recitavano il ruolo del plotone di esecuzione, compreso il maestro d’armi Pierluigi Corradini, un ex militare dall’ambigua reputazione. Le cose si complicano ulteriormente quando si scopre che Balestrieri e la Tedesco, entrambi anarchici convinti, avevano organizzato la finta morte del tenore allo scopo di provocare una sollevazione antimonarchica all’interno del teatro: ma come già previsto dalla trama dell’opera, anche questa morte fittizia si è inopinatamente trasformata in morte sin troppo reale. Poi, come se non bastasse, il cadavere di Balestrieri scompare.
Le indagini sono alquanto faticose, il tenente Pellerey però non si lascia scoraggiare dalle circostanze: coadiuvato dallo svogliato ma acuto Ragazzoni, tra puntatine in osteria, scoperta di molti altarini e duelli potenzialmente letali, i due avranno la meglio sui numerosi ostacoli, e riusciranno a risolvere l’intricato mistero. Consegneranno il colpevole alla Giustizia: nessuno dei due ne sarà però davvero compiaciuto.

Commento
: Alcuni autorevoli critici sostengono che Dante Alighieri abbia scritto la Divina Commedia essenzialmente per poterci inserire l’amata e rimpianta Beatrice. Analogamente – si parva licet componere magnis, mutatis mutandis e quant’altri motti latini possano servire all’occorrenza – si potrebbe ipotizzare che Marco Malvaldi abbia scritto Buchi nella sabbia quasi esclusivamente per profondere nella narrazione la sua passione (e la sua innegabile perizia) di melomane.
Se così fosse, certamente non avrei nulla da ridire sulla specifica questione, dato che pur essendo assai meno competente amo la lirica più o meno quanto lui: sono una simpatizzante verdiana (Rossini è troppo frivolo per i miei gusti), anche se la mia opera preferita in assoluto, quella che conosco a memoria e che non mi stancherò mai di riascoltare nelle sue innumerevoli versioni è proprio Tosca di Giacomo Puccini.
Peccato però che all’interno del romanzo la parte squisitamente dedicata a celebrare (con abbondanza di aneddoti) fasti, miserie e bizzarrie della tradizione lirica si armonizzi poco e imperfettamente con la parte relativa all’inquisizione poliziesca, la quale già di per sé non è del tutto convincente: se l’autore – con l’aiuto di alcuni dei suoi personaggi – non avesse fatto scomparire il cadavere del poco compianto Balestrieri subito dopo l’omicidio, procrastinando la soluzione della spinosa faccenda sino all’ultimo capitolo, il romanzo sarebbe tranquillamente finito intorno a pagina 80.
La trama chiama in causa personaggi realmente esistiti accanto a personaggi immaginari: per quanto a tratti sia difficile crederlo, la bizzarra figura di Ernesto Ragazzoni (giornalista, poeta, intellettuale proteiforme e sarcastico, sbronzone, anarchico, fiero sostenitore dell’arte del “non-scrivere”) va annoverata nel primo gruppo. Proprio i personaggi sono la cosa migliore del romanzo, e le note iniziali che servono a presentarli fanno ghignare più di tutto il resto; protagonisti e comparse risultano ugualmente scolpiti a tutto tondo. Il mio preferito è il roccioso tenente Pellerey: un metro e novantuno di taciturna fermezza e professionalità, appena raddolcite dall’attrazione – gentile ma priva di speranza – sviluppata nei confronti della bella Giustina.
Da questa storia anche lui, come il lettore, non riesce a trarre tutte le soddisfazioni desiderate.

© - Tutti i diritti riservati.

lunedì 12 settembre 2016

IL BAZAR DEI BRUTTI SOGNI ("The Bazar of Bad Dreams", 2015), di Stephen King [Sperling & Kupfer ed., 2016; a cura di Loredana Lipperini. Traduzioni di Giovanni Arduino, Chiara Brovelli, Alfredo Colitto, Christian Pastore. Pag.491. Per la copertina: Jonathan Bush (grafica), Nicolas Obery (illustrazione)] 

 




In breve: Diciotto racconti e due poemetti narrativi per una raccolta davvero bella e coinvolgente. Non si considerino i poemetti come un’indebita intrusione, perché in realtà – da sempre – Stephen King la poesia l’ha messa ovunque, anche laddove potrebbe non sembrare.



I racconti:



MIGLIO 81
Un mostro bizzarro di incerta provenienza compare improvvisamente sull’autostrada, nei pressi di un’area di servizio abbandonata: la forma che ha assunto è quella di una vecchia auto infangata, lo scopo che si prefigge – con ogni evidenza – è quello di mangiare. Contro di lui alcuni adulti non hanno scampo, ma un paio di ragazzini svegli se la cavano infinitamente meglio. Chissà cosa scriveranno i poliziotti nei loro verbali…


PREMIUM HARMONY

La morte ti può cogliere all’improvviso, quando hai appena finito di litigare con tuo marito per banali questioni, mentre ti dirigi a fare piccoli acquisti al centro commerciale. Per un paio d’ore la tua dipartita sarà forse la notizia del giorno, oggetto di dibattito e di cordoglio passeggero per perfetti sconosciuti: poi la vita tornerà a scorrere normalmente. E magari nel frattempo anche il tuo cane ci sarà rimasto secco.


UNA RISSA PER BATMAN E ROBIN

Dougie Sanderson, ormai sessantunenne, continua a prendersi cura dell’anziano padre, malato di Alzheimer; l’uomo vive in una struttura protetta, ma Dougie fa in modo di portarlo fuori a pranzo almeno un paio di volte la settimana. La memoria di quell’uomo che nel corso della sua vita era riuscito a tirarsi su dal niente è ormai molto difettosa; a tratti però riemerge il ricordo felice di una festa di Halloween, quando lui e il figlio si erano mascherati da Batman e Robin. In occasione di una rissa stradale, quel ricordo porterà con sé notevoli conseguenze.


LA DUNA

Una distesa sabbiosa su di un isolotto che sorge nel bel mezzo del golfo della Florida manifesta una strana magia, della quale è a conoscenza solo il giudice Harvey L.Beecher. Da generazioni la sua famiglia possiede l’isola e ormai prossimo ai novant’anni, non più in perfetta salute, il Giudice desidera disporre del luogo nel proprio testamento. Chiamato in causa per redigerlo, l’avvocato Anthony Wayland scopre che forse l’anziano signore non è l’unico a doversi preoccupare del tempo che passa.


IL BAMBINO CATTIVO

George Hallas, condannato a morte per aver ucciso un ragazzino sparandogli sei colpi di pistola, racconta al proprio comprensivo avvocato l’effettiva storia di quel delitto. Se George non è pazzo, e sta dicendo la verità, la sua condanna all’iniezione letale è una tragica (ma ormai irrimediabile) ingiustizia. E in futuro anche l’avvocato avrà di che preoccuparsi.


UNA MORTE

Fine del XIX secolo, inverno. Il nero Jim Trusdale viene arrestato con l’accusa di aver ucciso Rebecca Clay, una bambina di soli dieci anni, per rubarle il dollaro d’argento da lei ricevuto come dono di compleanno. Tutto il paese ritiene Trusdale colpevole e al termine di un regolare ma brevissimo processo una giuria lo condanna all’impiccagione. Solo lo sceriffo Barclay nutre qualche dubbio fastidioso: l’epilogo della storia lo metterà però di fronte alla più triste delle evidenze.

[In questo blog disponibile anche la recensione estesa del racconto]

LA CHIESA D’OSSA

Non un vero racconto, bensì un poemetto narrativo.
La rievocazione – da parte dell’unico superstite – della spedizione organizzata per cercare un favoloso tesoro si tramuta nella tormentosa ammissione di irrimediabili sensi di colpa, e di un fallimento che è quasi frutto di una maledizione. 

MORALE

Assecondando pericolosamente le proprie necessità, e il reverendo George Winston, che indossa le vesti di diavolo tentatore, la giovane Nora e il marito Chad, discretamente spiantati, scoprono che i soldi (tanti soldi…) sono una cosa buona soltanto se è buono anche il modo in cui ce li si procura.


ALDILA’

William Andrews soccombe al cancro che lo ha tormentato per diciotto mesi e scopre che la vita dopo la morte esiste sul serio: in fondo però la cosa non è grandiosa come si potrebbe pensare. Volendo si può tornare a nascere, ripercorrendo tutte le tappe dell’esistenza già vissuta (magari più volte). Rimane solo la speranza – insopprimibile ma quasi certamente destinata a rimanere delusa – di riuscire a cambiare i momenti negativi, gli errori, le sofferenze.


UR

Per mezzo di uno strano lettore Kindle, frutto di un’errata spedizione, il mite insegnante di letteratura Wesley Smith entra in contatto con qualche milione di universi alternativi e con la possibilità di conoscere il futuro. Cose entusiasmanti e per certi versi addirittura utili, ma anche inquietanti e variamente pericolose.
Nel racconto compaiono richiami alla saga de La Torre Nera.


HERMAN WOUK E’ ANCORA VIVO

Phil Henreid e Pauline Enslin, anziani ma vitalissimi poeti che stanno facendo un picnic in un’area di sosta sull’autostrada, assistono ad uno spaventoso incidente automobilistico nel quale perdono la vita due donne e sette bambini. Forse (a differenza del lettore) non sapranno mai quanta grigia disperazione lo ha provocato. Loro però – al pari dell’ormai decrepito scrittore Herman Wouk – continueranno a vivere, nel senso più pieno del termine.


GIU’ DI CORDA

Bradley Franklin è un pubblicitario di successo; il suo lavoro gli piace, vive a New York, in una bella casa nell’Upper West Side con l’amatissima moglie Ellen e un cane di nome Lady, e apparentemente non potrebbe desiderare nulla di più.

L’uomo però nasconde un “piccolo” segreto, e la cosa più inopportuna è che lo nasconde non solo agli altri ma anche a sé stesso. Alla fine però dovrà prendere atto che l’immaginazione, per quanto forte, non è sufficiente a modificare la spiacevole e amara realtà.


BLOCCO BILLY

Intervistato dal famoso Stephen King (che ha goduto un sacco nel mettersi come personaggio nel proprio racconto) George Grantham, anziano e ormai malandato ex coach di una squadra di baseball non più esistente, rievoca una strana stagione degli anni Cinquanta. La stagione in cui il talentuoso William Blakely (più tardi soprannominato Blocco Billy per la sua singolare capacità di eliminare gli avversari) si unì ai Titans del New Jersey nel ruolo di ricevitore.


MISTER YUMMY

Dave Calhoun e Ollie Franklin, anziani ospiti di una lussuosa casa di riposo, aspettano senza timore e senza dolore la fine inevitabile – e presumibilmente molto prossima – delle loro vite. Hanno molti ricordi, non tutti piacevoli, ma ben pochi rimpianti; malgrado le numerose difficoltà attraversate nel corso delle loro lunghe esistenze, vivono un presente assolutamente pacificato ma non passivo. E riusciranno entrambi, benché ciascuno a suo modo, a vedere la Morte come qualcosa di bello e sensuale, nostalgico eppure appagante.


TOMMY

Poemetto narrativo a verso libero.

Attraverso il ricordo del funerale di un ragazzo di nome Tommy, la rievocazione disincantata, nostalgica e affettuosa degli anni Settanta. Quando non necessariamente si moriva per droga, alcol, suicidio o a causa della guerra del Vietnam, ma (anche) per una “semplice” leucemia.

Quando gli amici sentivano la tua mancanza, e – almeno un po’ – si mettevano ad aspettare il loro turno. 

IL PICCOLO DIO VERDE DEL DOLORE

Il ricchissimo signor Newsome, sopravvissuto ad un incidente aereo, è da mesi alle prese con una dolorosa riabilitazione fisica. La sua infermiera, Catherine McDonald, pensa che l’uomo – abituato ad averla vinta su ogni argomento – si stia semplicemente rifiutando di impegnarsi a fondo per guarire. Newsome invece sostiene che contro le sue sofferenze la medicina sia ormai impotente. Convoca quindi il reverendo Rideout, un esperto “esorcista del dolore”. Le drammatiche circostanze del suo intervento, tutto sommato, finiranno per dimostrare che era Kate ad avere torto.


QUELL’AUTOBUS E’ UN ALTRO
MONDO
Wilson è il titolare (ed unico dipendente) di una microscopica agenzia pubblicitaria. La sua grande occasione sembra arrivare quando una famosa agenzia di New York lo convoca, assieme a molti altri candidati, per valutare proposte relative ad un’importante campagna. Il viaggio verso la grande città viene organizzato: va tutto abbastanza bene, ma all’arrivo, complici il maltempo e il traffico demenziale, il taxi di Wilson procede a rilento. Affiancato da una autobus, Wilson ha occasione di assistere ad uno stranissimo evento (forse un omicidio): incerto sull’accaduto e preoccupato di non rovinare le sue possibilità professionali, finirà però per accantonare la cosa.


IO SEPPELLISCO I VIVI

Il giovane Michael Anderson si laurea in giornalismo e per sbarcare il lunario accetta di entrare come redattore al Neon Circus, una rivistaccia web di New York che si occupa di gossip, di scandali e disgrazie riguardanti le celebrità locali. Il suo compito è quello di scrivere necrologi sprezzanti e irriverenti: e il lavoro non manca perché di celebrità defunte ce ne sono sempre un sacco. I problemi iniziano quando Michael, arrabbiato e frustrato, scrive per ripicca il necrologio della caporedattrice che gli ha rifiutato un aumento: poco dopo la donna muore davvero…ma non sarà l’unica vittima dell’inesplicabile situazione.


FUOCHI D’ARTIFICIO UBRIACHI

Alden McCausland e la madre sono due vecchi ubriaconi, fortunosamente arricchitisi dopo la morte del capofamiglia. Possiedono una casetta delle vacanze sulle rive dell’Abenaki e lì vanno a trascorrere le loro estati. Quasi per caso vengono trascinati dai loro dirimpettai – italoamericani con probabili agganci mafiosi - in una specie di competizione annuale a base di fuochi d’artificio.
Stanchi di essere surclassati ogni Quattro Luglio, i McCausland finiscono per sperimentare qualcosa di veramente eccessivo.

Esilarante battaglia sbronza, senza morti né feriti… però con parecchi danni.


TUONO ESTIVO

Tarda estate: il quarantanovenne Robinson sta vivendo i suoi ultimi giorni, immerso nello splendore innaturale dei boschi e dei tramonti del Vermont. Qualche mese prima, all’inizio di giugno, una crisi politica è sfociata in catastrofe nucleare: le Nazioni della terra si sono allegramente bombardate, condannando il mondo intero. Robinson, che già ha perduto la moglie e la figlia, aspetta la fine inevitabile in compagnia di un bastardino dal pelo grigio, di un anziano e disincantato amico, e della sua vecchia moto. Rimessa a nuovo per l’occasione, sarà lei ad accompagnarlo verso l’eternità.



Commento
: Che meraviglia riprendere in mano un libro di Stephen King e ritrovare la qualità dei vecchi tempi!
Gli ultimi romanzi infatti (Revival in particolare) non mi avevano soddisfatto a fondo, in questa raccolta però ricompaiono quasi tutte le caratteristiche migliori della scrittura kinghiana, accanto a quella libertà - spalancata tra realismo ed immaginazione – che di solito rende così uniche ed appetibili le sue opere. L’orrore si immerge nel quotidiano, gli aspetti più banali dell’esistenza mostrano a sorpresa il loro lato inquietante e i mostri solo a volte vengono dallo spazio o da ignote dimensioni, perché in genere li scopriamo già al nostro fianco.
Molti racconti (Mister Yummy e Tuono estivo sono i miei preferiti) presentano atmosfere nostalgiche, opache, crepuscolari eppure forti: si ha un po’ l’impressione che qui persino la morte – vissuta, accettata o combattuta che sia – possa alla fin fine risultare alquanto dinamica.
I personaggi sono descritti a tutto tondo malgrado la brevità a cui il genere costringe, e alcuni di loro possono agevolmente rimanere nella memoria al pari di qualche protagonista  romanzesco: ma del resto a Stephen King scrivere racconti è sempre piaciuto molto.
Ciascuna storia è preceduta da quelle note bio-bibliografiche che personalmente ho sempre amato tantissimo, perché non solo descrivono la genesi della scrittura ma la inquadrano nella vita reale dell’autore, realizzando una sorta di diario intimo, sereno e disincantato che il Fedele Lettore non può certo trascurare.
In sostanza, direi che questo libro forgia saldamente l’ennesimo anello della catena che lega Big Steve ai suoi estimatori. Possa egli darci cose da leggere ancora per anni infiniti.
 
© - Tutti i diritti riservati.


venerdì 9 settembre 2016

- MARTIN BORA -
9 settembre 1943



A parte forse il suo compleanno, per Martin Bora non ci sono molti anniversari da poter celebrare felicemente. Il giovane ufficiale della Wehrmacht, protagonista di una serie di romanzi di Ben Pastor ambientati durante la Seconda guerra mondiale, attraversa vicissitudini storico-personali così numerose e di tale natura da rendere improponibile il termine stesso di “festeggiamento”.
Parliamo dunque – preferibilmente – di “ricordo”, perché sulla questione della memoria e delle immagini simboliche i romanzi del ciclo hanno da esprimere idee ben più cospicue ed importanti.
C’è allora un fatto da richiamare alla mente per la giornata odierna, un evento che segna profondamente la vicenda umana – ancor prima che professionale – del giovane Martin e che non può essere ignorato dal lettore che di lui desideri comprendere tutto ciò che vale la pena di essere valutato: alle ore 16:27 del 9 settembre 1943 il maggiore Bora, all’epoca distaccato nei pressi di Lago, nel Veneto, rimane vittima di un attentato partigiano. L’auto su cui viaggia viene raggiunta da alcune granate: una di esse gli esplode praticamente addosso, devastando l’intero lato sinistro del suo corpo. La gamba viene salvata e il fatto che al momento dell’incidente Bora avesse in grembo una cartella metallica gli evita irreparabili danni inguinali, la mano sinistra però è perduta: di lì a poco sarà sostituita da una protesi, quasi sempre – ma non sempre – celata dal guanto d’ordinanza.
Nei mesi seguenti i chirurghi dell’esercito continueranno ad estrargli schegge, a fare aggiustamenti, sino ad un disperato intervento per salvarlo da un’infezione che era sul punto di ucciderlo: Martin però, nei confronti della propria sventura, manterrà sempre l’atteggiamento stoico che gli è proprio: non l’esatta ignoranza del fatto (il che non sarebbe davvero possibile), ma la volontà fermissima di minimizzarlo agli occhi di chiunque, pur scosso nel profondo dalle conseguenze pratiche ed emotive che la sua perdita d'integrità implica.
Martin Bora, in questa come in altre circostanze, rimane fedele all’idea che di sé stesso vuole offrire al mondo: l’apparenza di una solidità estrema, che dal corpo si estende alla mente, e viceversa.
Ciò che lo riguarda personalmente non viene mai condiviso con nessun altro; Bora è circondato da commilitoni e persino da individui che possono latamente definirsi amici: ma né con loro, né con le poche donne veramente amate, viene mai presa in considerazione l’idea di discutere delle sue condizioni fisiche. L’unica persona che ci andrà abbastanza vicina – anche grazie alle sue stesse invalidanti menomazioni - sarà Annie Tedesco ne La Venere di Salò; la quale, tra le altre cose, avrà la silente delicatezza di invitare Martin a pranzo, servendo uno spezzatino che eviti di metterlo in difficoltà con le posate. Per il resto, non è dato sapere esattamente nemmeno ciò che Bora abbia raccontato ai propri genitori, che certo sanno dell’incidente, ma che altrettanto sicuramente non ne parlano con lui.
Coloro che hanno a che fare con Martin Bora imparano velocemente a rispettarne l’intimità, perché qualunque tentativo di penetrarla si infrange contro un muro di impassibilità e freddo distacco; più liberi di giudizio sono invece i lettori, che possono a volte – ma sempre con fatica – entrare nei  pensieri e nelle riflessioni del personaggio, arrivando a conoscerlo meglio di quanto egli stesso desideri essere conosciuto.
Gli stessi momenti successivi all’incidente, quando sotto le mani di medici e infermieri la preoccupazione principale di Martin diventa quella di non urlare come un animale, sono descritti dall’autrice attraverso le sensazioni confuse del ferito, in una delle pagine più crude e vere dell’intero ciclo: “Il sangue schizzò mentre gli infermieri, tagliando e scavando, si facevano strada nell’impasto di terra e materia organica che un tempo era stata la sua divisa. Lungi dal cedere, Bora si irrigidì con una risolutezza disperata, cercando di resistere al dolore. Di combatterlo, come se si fosse potuto combattere, quando l’intero lato sinistro del suo corpo sembrava prigioniero in una morsa gigantesca e non c’era speranza di tirarsene fuori senza lasciarci il braccio e la gamba insieme. La mano sinistra, già lacerata in filamenti, con il sangue che zampillava, sembrava inghiottire e sputare fuori la vita stessa. Polmoni, stomaco, ossa, tutto quello che gli aveva riempito il corpo finora, pareva voler dilagare dal braccio parzialmente reciso in una poltiglia rossa, rivoltante”. (dal cap.I di Luna bugiarda, 2001; trad. di Marilia Picone).
Poi, tornato sveglio e cosciente, Martin per prima cosa chiederà dove sia finita la sua fede nuziale.
Il personaggio è provvisto in abbondanza di questi piccoli “trucchetti” volti a nascondersi agli altri e a sé stesso: ma non sempre ciò gli riesce perfettamente, e in ogni caso il dispendio d’energia mentale necessario alla dissimulazione è non meno faticoso o doloroso delle cause da cui tutto trae origine. A ben guardare, è una situazione terrificante: quella di un uomo costantemente in tensione, ininterrottamente sulla difensiva, allo scopo di non essere mai sorpreso debole o impreparato, vulnerabile e quindi suscettibile di venir colpito e smascherato. E’, in fondo, la migliore descrizione di quel perfetto soldato che Martin Bora è e sempre sarà: in battaglia, se abbassi la  guardia, quasi certamente sei morto.
La resistenza al dolore fisico è abbastanza naturale per un soldato: lo stesso Martin è già stato ferito in Russia, e più o meno nello stesso periodo dell’attentato partigiano (si veda il racconto Il sangue dei santi) si ritrova ad andare a cena con l’ispettore Guidi prima di farsi estrarre dalla spalla una pallottola che lo ha colpito durante un pattugliamento: ci sono da discutere i risvolti di un caso criminale e l’operazione può aspettare, benché Martin sia verde dal dolore e mantenga un contegno da perfetto commensale reggendosi solo per pura forza di volontà.
Ma per lui c’è qualcosa di più della sopportazione: c’è un irrinunciabile senso di dignità e decoro. Martin Bora non desidera dipendere da nulla e da nessuno, in ospedale gli è persino difficile accettare di farsi radere dalla mite suor Elisabetta. Senza eccezioni (compreso il campo sessuale) vuole avere il dominio ed il controllo di ogni situazione; anche per questo è un ottimo ufficiale comandante: è fatto così, quella è la sua forma mentis, ciò che lo spinge a comportarsi come di solito si comporta.
Purtroppo però l’autorità dell’uomo forte sul destino rimane comunque limitata, e malgrado la resistenza mentale messa in atto sin dai primi istanti la menomazione fisica avrà conseguenze pesantissime: Martin non potrà più suonare il pianoforte (ed era un musicista sensibile e di enorme talento); inoltre sua moglie – pur negandolo –  prenderà la cosa come una delle scuse per abbandonarlo, quando già Martin si immaginava assurdamente sminuito nella propria virilità, tanto da riconoscersi incerto sulla possibilità di produrre quei figli che così disperatamente avrebbe voluto. Aver perduto una parte di sé lo fa sentire insufficiente come essere umano e come soldato, rendendo necessario compensare la privazione con caparbia e deliberata fermezza.
Poi la mano scomparsa entra nel quotidiano, e a volte il lettore stenta a ricordarsene, sebbene ci sia  da dubitare che Martin dimentichi: perché è la sua stessa architettura corporea ad essere chiamata in causa, e ancora di più perché nella mente il mutamento è praticamente impossibile da disimparare.
Che il giovane ufficiale si appresti a vivere in quelle condizioni tutto il resto della guerra (e della vita) torna superbamente a suo onore: ma è angoscioso pensare a quale costo di coraggio, di inflessibile e feroce orgoglio ciò possa avvenire.



© - Tutti i diritti riservati.

sabato 3 settembre 2016

UNA MORTE ("A Death", 2015), racconto di Stephen King [in "Il Bazar dei brutti sogni", Sperling & Kupfer ed., 2015. Pag.133 - 146. Traduzione di Christian Pastore]
- Originariamente pubblicato sul New Yorker, in versione italiana il racconto era già comparso anche in INTERNAZIONALE n°.1100, 30 aprile 2015; pag.90 - 96.  



Stephen King non ha mai fatto mistero della sua predilezione per la narrativa breve anche se forse vi si è potuto dedicare meno di quanto avrebbe voluto. Comunque è nei racconti che spesso riesce a dare il meglio di sé: a suo agio sulla lunga distanza, lo è ancora di più su quella breve. Non di rado l’horror non c’entra, o c’entra poco; c’entrano però altre cose: come la poesia, la profondità, l’intensità.
Questo racconto infatti è sconsigliato alla lettura per coloro che nelle storie di Stephen King apprezzano esclusivamente il lato oscuro, soprannaturale o raccapricciante; piacerà invece a tutti coloro che, indipendentemente dall’identità dell’autore, sono in grado di apprezzare le creazioni forti, inesorabili, umane.
Nel corso della narrazione le notazioni cronologiche e geografiche non abbondano, tuttavia in base ad alcuni elementi interni pare di poter concludere che il racconto è ambientato in uno degli Stati americani del Midwest (a mio parere è il South Dakota), in un periodo successivo alla fine della Guerra di Secessione: più o meno intorno alla metà degli anni Ottanta del secolo XIX.
Nevica e fa freddo, e dunque è inverno.

Incipit
: “Jim Trusdale aveva una baracca sul lato ovest della fattoria di suo padre ormai in rovina, ed è lì che lo trovarono lo sceriffo Barclay e una mezza dozzina di uomini arruolati per l’occasione. Seduto sull’unica sedia vicino alla stufa fredda, con un giaccone sporco addosso, leggeva alla luce di una lanterna un vecchio numero del Black Hills Pioneer. O almeno lo guardava”.

Trama
: Lo sceriffo Barclay e i suoi uomini vanno ad arrestare Jim Trusdale. L’uomo è sospettato di furto ed omicidio: avrebbe ucciso Rebecca Cline, una bambina di dieci anni, per rubarle un dollaro d’argento ricevuto in dono in occasione del compleanno.
Non ci sono testimoni, ma sulla scena del delitto è stato ritrovato il vecchio cappello di Jim, un regalo del padre dal quale non si separava mai. Trusdale non è in grado di ricordare se e quando abbia perduto il cappello, né riesce a spiegare perché sia stato trovato vicino al cadavere, ma si dichiara innocente. Tutto il paese però lo ritiene colpevole e al termine di un regolare ma brevissimo processo una giuria condanna Trusdale all’impiccagione.
Solo lo sceriffo Barclay ha iniziato a nutrire qualche dubbio; si sente a disagio, preferirebbe aver trovato non solo il cappello ma anche il dollaro rubato, tuttavia non ha alcuna intenzione di opporsi all’inevitabile.
Spaventato e recalcitrante, Trusdale viene infatti impiccato pochi giorni dopo la conclusione del processo.
Di lì a poco lo sceriffo Barclay – con un certo sgomento - ha modo di ricredersi. L’inatteso ritrovamento di una prova inconfutabile (il dollaro d’argento perduto e mai ritrovato) dimostra che a dispetto di tutto, gli abitanti del villaggio avevano ragione e lui, con i suoi dubbi, aveva torto: Jim Trusdale era davvero colpevole.

Commento
: Esteriormente il racconto è semplice e lineare, eppure nella sua brevità riesce ad essere anche  intenso, chiaro, significativo. I fatti si susseguono in modo molto accessibile, l’ambientazione è essenziale ma efficace, i personaggi sono completi e tridimensionali (persino la piccola vittima, la cui esistenza è tutta fuori scena), la conclusione non manca di imprevedibilità.
Si tratta quasi di un giallo storico e la caratteristica peculiare della narrazione è costituita dalla presenza di numerosi particolari apparentemente contraddittori o ingannevoli che finiscono però per trovare la loro giusta collocazione. Jim Trusdale non è particolarmente sveglio né simpatico, e si è portati a sospettare che in lui la sbrigativa giustizia del West abbia trovato un comodo capro espiatorio per il detestabile omicidio, più che un vero colpevole; quando ad un certo punto della narrazione si scopre (un po’ a sorpresa) che Trusdale è anche un uomo di colore, l’impressione sembra trovare un’ulteriore conferma. Persino lo sceriffo Barclay, un brav’uomo imparziale che sta solo cercando di fare il proprio lavoro, durante il processo viene assalito dall’incertezza, ma nessun altro dei suoi compaesani nutre il benché minimo dubbio, nemmeno colui che – per rendere legale il procedimento – accetta di assumere la difesa dell’accusato.
Nell’epilogo però avviene un completo ribaltamento delle premesse e delle potenzialità perché Trusdale ha realmente commesso l’omicidio, ha realmente rubato e non ha fatto altro che nascondersi e mentire:  questa volta la giustizia ha dunque centrato il bersaglio, anche se a sostenerne l’opera c’era solo un vecchio cappello perduto nel posto sbagliato e il dolore di tanti per la scomparsa di una bambina.
Spassionato, plumbeo e malinconico, il racconto mi ha colpito molto favorevolmente. Esprime la desolazione, l’amarezza, la meschina insensatezza implicite in molte delle cose umane: e alla fine, è piuttosto difficile stabilire con certezza se la “morte” del titolo sia quella della povera vittima o quella del suo mite assassino.


© - Tutti i diritti riservati.

martedì 23 agosto 2016

LA COSA SULLA SOGLIA  ("The Thing on The Doorstep", 1936), di H.P.Lovecraft [in "Opere Complete", Sugar & Co. ed., 1983; traduzione di Maria Luisa Bonfante] 


 

In breve: L’incipit del racconto, narrato in prima persona dal suo protagonista, Daniel Upton, è fenomenale: “E’ vero che ho cacciato sei pallottole nella testa del mio migliore amico, ma non sono il suo assassino”. E in effetti la storia si sviluppa attorno alla illustrazione di questo apparente paradosso: ma la spiegazione, per quanto convincente, non sarà meno inquietante del problema da cui ha preso le mosse.

Trama
: Daniel Upton ed Edward Derby vivono ad Arkham, nel Massachussets, e sono amici sin dall’adolescenza; trascorrono insieme molti anni felici e fanno esperienze comuni, poi – come è nella natura delle cose – iniziano a distaccarsi un po’ e a vivere ciascuno la propria vita. Daniel si sposa ed ha un figlio, Edward invece comincia ad approfondire l’interesse che aveva sempre nutrito nei confronti delle scienze occulte.
Alla Miskatonic University  conosce una studentessa di filosofia, Asenath Waite, con la quale condivide la passione per il sapere arcano e misterioso. La ragazza è piccola e scura, con una fragile bellezza forse guastata solo dagli occhi troppo sporgenti. In breve l’amicizia tra lei ed Edward si trasforma in amore: i due si sposano e vanno a vivere nella vecchia casa di famiglia dei Derby.
Inizialmente Edward è entusiasta della nuova vita e della moglie, che a suo dire gli sta aprendo orizzonti insospettati di studio e conoscenza. Poi però le cose mutano, ed Edward comincia a manifestare strani comportamenti. E’ spesso di cattivo umore, fa lunghe ed incomprensibili assenze, viene visto più volte lasciare la casa di famiglia a bordo di un’auto, benché non avesse mai saputo guidare, e in almeno un’occasione deve essere riportato a casa da un autista perché le condizioni dei suoi nervi sembrano aver davvero raggiunto il limite.
I rapporti con Daniel non sono più stretti come un tempo, tuttavia è con lui che di tanto in tanto  Edward si sfoga, lasciando intendere che l’amore per Asenath si è ormai trasformato in odio perché la donna, contro la sua volontà, lo ha messo in contatto con cose inenarrabili. Edward dice di essersi ritrovato a volte in posti orribili senza sapere come ci fosse arrivato, impegnato in riti sui quali non vuole entrare nei particolari.
Asenath è figlia del defunto Ephraim Waite, e la famiglia è originaria di Innsmouth, un luogo i cui abitanti avrebbero fatto strani traffici con un’indefinita popolazione proveniente dal mare: così si mormora, almeno (ma da altri racconti i lettori di H.P.Lovecraft sanno che tutto ciò è sin troppo vero). Quindi non è improbabile che la donna abbia abbracciato qualcosa di veramente radicale. Daniel però è propenso a credere che l’amico, depresso e stressato, stia semplicemente delirando.
Dopo qualche tempo Asenath scompare, e la sua assenza viene giustificata con motivi di famiglia, anche se c’è chi giurerebbe di averla intravista dietro le tende alle finestre di casa Derby. Per un certo periodo Edward sembra essersi ripreso, a tratti appare quasi esaltato, e alla fine il suo strano comportamento ne causa il temporaneo ricovero all’ospedale psichiatrico.
Una sera Daniel, dispiaciuto per l’amico e molto in ansia per tutto ciò che lo riguarda, riceve una  visita imprevista: alla sua porta si presenta una strana piccola figura, infagottata in quelli che sembrano stracci e portatrice di uno spiacevole odore. La figura rimane nell’ombra, sembra incapace di articolare le parole e allunga a Daniel un biglietto, da cui finalmente l’uomo apprende tutta l’orribile verità.
Quella figura, che sembra liquefarsi sotto gli occhi increduli di Daniel, è Edward, intrappolato nel cadavere di Asenath, da lui uccisa qualche tempo prima. Ma all’ospedale, nel corpo di Edward non c’è Asenath – la povera Asenath, ingiustamente accusata di troppi orrori – bensì il suo blasfemo padre Ephraim, un tempo impossessatosi del corpo della propria semiumana creatura, salvo poi essersi dovuto rabbiosamente confrontare con tutti i limiti dell’essere femminile.
Mentre Edward muore definitivamente sulla soglia di casa sua, senza quasi pensare Daniel impugna una pistola e corre all’ospedale, per vendicare l’amico e per impedire che l’atroce situazione si perpetui. Privato del corpo in cui è ospitato, l’abbietto spirito di Ephraim Waite non potrà infatti sopravvivere oltre. E ormai non ha nemmeno importanza se Daniel sarà poi accusato di omicidio e dovrà scontare la propria condanna: la sua vita è già finita nel momento in cui ha raggiunto la consapevolezza.

Commento: H.P.Lovecraft – il cosiddetto “solitario di Providence” – è stato una delle mie passioni giovanili: quando negli anni Ottanta del secolo scorso iniziò ad essere noto anche in Italia, soprattutto grazie alla benemerita opera editoriale della Fanucci, io già lo conoscevo un po’: ma fu proprio in quel periodo che riuscii ad averne notizie più precise e a leggerne diffusamente gli stupefacenti racconti.
Lovecraft è in un certo senso uno dei padri tanto dell’horror quanto della fantascienza, un personaggio affascinante anche dal punto di vista biografico: e poche righe non sarebbero sufficienti per dar conto delle sue innumerevoli qualità. Basti dire comunque che la sua influenza si è estesa in maniera incredibile nella letteratura di tutto il Novecento; persino Stephen King ha più volte mostrato, e apertamente confessato, i propri debiti nei confronti dell’indiscusso maestro.
La sua scrittura è insieme visionaria, logica e molto evocativa: Lovecraft si è inventato mondi alternativi e paralleli che non appartengono a questo universo, ma spesso lo minacciano. Ha creato culti alieni e divinità ancestrali, personaggi che viaggiano nel tempo, nello spazio, nei sogni e al di là degli stretti limiti che sarebbero imposti dalla scienza o dalla morale. Ha scavato in ere passate così lontane, che di solito le sue narrazioni non citano i decenni o i secoli, bensì gli eoni. E malgrado tutto, ci ha anche regalato l’incantevole illustrazione di quell’inizio di Novecento nel quale lui stesso viveva.
La cosa sulla soglia, forse il mio racconto preferito tra tutti, possiede infatti un’innegabile sapore vecchio stile, anche se ben presto la sua atmosfera si fa cupa e molto angosciante. Io ho sempre immaginato i personaggi vestiti con abiti anni Trenta, alla guida di vecchie auto, animati da uno spirito di gran lunga precedente alla Seconda guerra mondiale, ed estraneo alla brutalità a venire: ma quei personaggi devono comunque affrontare l’orrore: arcano, ripugnante e blasfemo quanto l’immaginazione assoluta dell’autore ha saputo concepire.
Come sempre, le cose scritte andrebbero lette, non raccontate, e il riassunto più sopra riesce a dare soltanto una pallida idea della inesorabile bellezza della storia.
Inoltre, chi non abbia familiarità con H.P.Lovecraft potrebbe stentare a cogliere l’intrigante splendore di tutti i particolari ricorrenti: la mitica città di Arkham e la Miskatonic University, la cui Biblioteca custodisce testi ritenuti perduti o addirittura mai esistiti, come l’inenarrabile Necronomicon scritto dal folle Abdul Alazred, o il De Vermis Mysteriis. E la mitologia cosmica creata dall’autore, fatta di divinità terrificanti il cui aspetto può a stento essere descritto. Insomma, nella sua narrazione H.P.Lovecraft ha usato, in maniera più o meno palese, tutta la sua enorme capacità immaginativa: ma se il lettore non è disposto a fare altrettanto, quello non sarà mai un autore per lui.
Personalmente, una delle cose che mi affascinano di più nel racconto, al di là della storia pura e semplice, è il personaggio di Edward, che crede di poter dominare ma viene dominato. La sua passione per l’occulto è sincera e piena di entusiasmo, non tiene conto però delle possibili aberrazioni. La sua stessa vita matrimoniale è stata una sorta di grande trappola, dato che in realtà non è Asenath che Edward ha sposato bensì il malvagio Ephraim, il quale desiderava soltanto avere finalmente a disposizione un corpo maschile in cui incarnarsi. Situazione che già in sé sottintende molteplici scandalosi (e sgradevoli) effetti.
Alla fine, in ogni caso, Edward si mostra capace di una feroce e disperata determinazione: risvegliatosi all’interno di un cadavere, riesce ugualmente a muoversi fuori dalla cantina di casa Derby e a trascinarsi sino alla soglia di Daniel, l’unico che potrà ascoltare e capire. E Daniel infatti non lo delude.

© - Tutti i diritti riservati.

mercoledì 17 agosto 2016

LA FAMIGLIA FANG ("The Family Fang", 2011), di Kevin Wilson [Fazi ed., 2012; traduzione di Silvia Castoldi; pag.397. In copertina: illustrazione di Julie Morstad]




In breve: Se è vero, come affermano le note di copertina, che a suo tempo l’uscita di questo romanzo “è stata accolta come un evento letterario da tutta la critica americana”, ci sarebbe forse da porsi qualche domanda a proposito della critica o degli americani, e magari a proposito di entrambi. Il romanzo non è infatti eccezionale: eccentrico e lodevolmente attento alle dinamiche emotive dei personaggi, questo sì, ma non un capolavoro assoluto.
La storia ha un’ambientazione contemporanea, ma attraverso numerosi flash-back recupera anche eventi del passato, importanti per capire e meglio inquadrare il presente. 


Trama
: Caleb Fang e Camille si sono conosciuti negli anni Settanta, quando erano entrambi all’Università e studiavano arte: lui era un assistente, lei una delle sue allieve, più giovane di dieci anni. Si erano innamorati e quasi subito il loro sodalizio sentimentale si era trasformato anche in collaborazione artistica. I Fang però avevano, ed hanno continuato ad avere, un’idea precisa dell’arte come azione e movimento: niente quadri o fotografie, dunque, ma piuttosto happenings ed eventi mirati a suscitare nei presenti (spesso coinvolti loro malgrado e a totale insaputa) reazioni forti di qualunque genere. Caleb – per fare un esempio – aveva iniziato la sua carriera in questa direzione aiutando il proprio mentore a diventare famoso: gli aveva sparato, e l’evento consisteva nelle emozioni suscitate nella stessa “vittima” e in quanti erano attorno a lui, in fuga disperata dopo lo sparo.

In seguito i Fang si erano dedicati a performance meno cruente, ma nelle intenzioni ugualmente sconcertanti: falsi furti nei centri commerciali, incendi di vario tipo, e altre cose bizzarre.

Ancora più avanti, a partire dagli anni Ottanta, i loro figli Annie e Buster erano diventati parte integrante degli happenings: con ottimo successo, e con grande soddisfazione dei genitori. Buster ad esempio, sotto mentite spoglie femminili, era riuscito a diventare la reginetta di un concorso, e la piccola Annie aveva dimostrato in svariate maniere il proprio talento. I bambini non avevano mai vissuto la cosa come un gioco, perché in effetti non lo era: si trattava al contrario di una realtà molto seria, che aveva finito per condizionarli e stressarli, tanto che, divenuti adulti, entrambi si erano allontanati dalla famiglia.

Annie è diventata un’attrice di medio successo; il suo ruolo più conosciuto e premiato è quello di un’eroina mascherata che combatte i nazisti. Buster invece è diventato uno scrittore con un buon primo romanzo, ed un secondo romanzo unanimemente stroncato dalla critica, ma amato da alcuni lettori di nicchia. Il suo stile ed i suoi contenuti sono in genere apocalittici e deprimenti.

Annie è sempre stata più forte rispetto al fratello, e quando erano piccoli ne proteggeva la fragilità; ormai cresciuti e lontani, entrambi sono in crisi professionale e umana.

Ad un certo punto la loro situazione si fa così critica e caotica, da non lasciare alternative: Annie e Buster devono tornare a casa dai genitori, anche se cercano in ogni modo di non farsi di nuovo risucchiare in quelle performance artistiche che hanno loro rovinato la vita.
Caleb e Camille, del resto, sembrano aver un po’ perduto quel tocco magico e quella creatività che li avevano resi famosi (su di loro sono state scritte persino delle tesi di laurea). Ciò che conta in quei frangenti è la solidarietà famigliare: i Fang sono di nuovo riuniti, e anche se il rifiuto alla partecipazione di Annie e Buster è per Caleb e Camille un’amara delusione, le cose vanno avanti.
Un bel giorno Caleb e Camille spariscono: partiti per un viaggio, la loro auto abbandonata viene ritrovata nei pressi di una stazione di servizio. Intorno c’è molto sangue, che in seguito viene riconosciuto come appartenente a Caleb. In quella zona si sono già verificati parecchi rapimenti, invariabilmente finiti con altrettanti omicidi, per cui la polizia – malgrado i loro precedenti - prende molto sul serio la possibilità che i Fang siano già morti.

Buster è affranto all’idea di aver perduto i genitori, Annie invece non dubita nemmeno per un momento di trovarsi di fronte all’ennesimo evento-Fang: probabilmente Caleb e Camille hanno organizzato tutto in modo da farsi credere morti, per poi “resuscitare”, ricomparendo in pubblico quando nessuno se lo sarebbe più aspettato. Gradualmente Buster viene convinto dalla sorella; i due - che hanno ritrovato tutto l’affetto e la solidarietà che li legava da piccoli - iniziano ad indagare e a cercare un modo per far sì che Caleb e Camille siano costretti a ricomparire.
Vorrebbero insomma, per una volta, essere loro a determinare gli eventi, anziché venirne condizionati.

Riescono nell’impresa solo sino ad un certo punto, però trovano la forza di staccarsi definitivamente dai genitori, e una tale separazione li rende finalmente liberi: Annie tornerà a girare un bel film con una stimata regista “seria”; Caleb ricomincerà a scrivere, sfruttando una frase del padre trovata per caso, e intreccerà una felice, normalissima relazione con una studentessa di scrittura creativa.

Commento: Nei miei confronti il romanzo si trovava già in svantaggio sin dall’idea di partenza: a differenza dei Fang, per cui l’arte consiste nel compiere un’azione che provochi una reazione, io amo forme artistiche più tradizionali e figurative. Come lettrice, il rischio era dunque quello di fermarsi alla superficie della storia, riuscendo soltanto a vedere due allegri deficienti che per più di trent’anni mettono in scena stupide mosse prive di scopo e di senso. In realtà, ho afferrato che l’apparenza nasconde qualcosa di più profondo, penoso e angosciante: tuttavia non sono riuscita a condividerne nemmeno una piccolissima parte.
Caleb e Camille sono ammirevoli nella loro dedizione assoluta all’idea di arte che hanno sviluppato, lo sono un po’ meno nel momento in cui sembrano non curarsi delle conseguenze fisiche o psicologiche delle azioni che mettono in atto. Nei confronti dei figli, inoltre, hanno fatto valere un comportamento che rasenta la crudeltà, nel completo asservimento dei bambini a qualcosa che non era loro conforme. Asservimento che aveva trasformato Annie e Buster (non a caso noti non con i loro nomi, bensì come “A” e “B”) in semplici strumenti delle performance, attrezzi da usare, o da lasciar fare, nella maniera più indicata, per ottenere il risultato migliore.

I Fang hanno sviluppato tra loro fortissimi legami di affetto e di dipendenza, hanno vissuto momenti molto felici: ma per quei bambini ormai adulti solo la separazione può dare ulteriori frutti.
La seconda parte del romanzo, con l’organizzazione del bizzarro e probabilmente ultimo evento-Fang, è più interessante rispetto alla prima, in cui si assiste tanto alla rievocazione del passato quanto alle pietose condizioni in cui si trovano le vite di Annie e di Buster. In ogni caso l’insieme mi ha lasciata abbastanza indifferente: mancanza totale di coinvolgimento, con una punta di irritazione. La storia non mi ha toccato, i personaggi non mi hanno emozionato, lo stile, fluido ma lineare, in maniera probabilmente voluta, non mi ha fornito sorprese.
Una lettura che si è tradotta in pura e semplice esperienza accumulata.



Dalla letteratura al cinema
: Recentemente dal romanzo è stato tratto un film, che in Italia uscirà il prossimo 1° settembre. Non credo che correrò a vederlo, ma gli interpreti – e le loro facce – mi sembrano a priori assolutamente perfetti: Christopher Walken (Caleb), Maryann Plunket (Camille), Nicole Kidman (Annie), Jason Bateman (Buster). 




© - Tutti i diritti riservati.

martedì 16 agosto 2016

UN CASO COME GLI ALTRI, di Pasquale Ruju [E/O ed., 2016; pag.240. Per la copertina: Emanuele Ragnisco (grafica), Luca Laurenti (illustrazione)]  

In breve: Scritta da un autore con pluriennale esperienza di soggettista e sceneggiatore di fumetti, la storia del romanzo – dura, criminale e spietata – sarebbe facile da riversare nel cinema. Ma (con minimo sforzo e qualche piccolo assestamento) i suoi propositi d’intensità risulterebbero più che adatti anche al teatro.

Trama
: Nell’atmosfera squallida e silenziosa di una sala interrogatori, una donna attende di parlare con il magistrato che si occupa del suo caso: è Annamaria Ferraro vedova Nicotra, bella trentasettenne i cui pensieri vagano già tra la realtà che la circonda ed un passato dal quale evidentemente non vuole staccarsi.

Dopo qualche tempo viene raggiunta dal sostituto procuratore Silvia Germano, altra bella donna, severa e professionale, che non tarda ad entrare in argomento: c’è un morto (Marcello Nicotra, marito di Annamaria, è infatti la vittima del crimine da indagare) e si spera che l’interrogatorio della stessa Annamaria aiuti a ricostruire l’esatto svolgimento dei fatti che hanno condotto a tanto.

La vedova inizia il suo racconto andando indietro di quasi vent’anni anni, all’epoca del primo incontro con l’uomo – più anziano di lei – che sarebbe poi diventato suo marito. Un uomo forte, attraente e molto amato, che in ogni caso nascondeva parecchi segreti. E’ Silvia Germano che, grazie alle indagini svolte dalla Procura, è in grado di riempire le molte lacune in proposito, rivelando con chiarezza tutto ciò che Annamaria aveva solo vagamente sospettato, o che spesso aveva preferito ignorare: Marcello Nicotra apparteneva ad una famiglia malavitosa potente e rispettata, e dopo la morte del padre (ammazzato per ordine di una famiglia rivale) ne aveva preso le redini con efficiente mancanza di scrupoli. Nel tempo aveva fatto carriera, si era addirittura trasferito dalla Sicilia al Piemonte, aveva affrontato – e superato – numerose difficoltà, ma alla fine era accaduto qualcosa che non era riuscito a controllare. Errori di valutazione, eccesso di fiducia in sé stesso e nelle proprie risorse, eventi ingovernabili e insospettabili tradimenti, avevano finito per portarlo alla rovina: e tuttavia l’esatta natura della sua morte rientra in un insieme di fatti un po’ più indefinibili e complicati. E’ dal dialogo serrato tra Silvia e Annamaria, a tratti velato ma sempre ricco di intendimenti, che scaturisce per il lettore un graduale aumento della comprensione e della consapevolezza. Alla fine qualche sorpresa salta fuori ugualmente, benché Silvia – mentendo e sapendo di mentire – finga poi di stabilire che ciò di cui si sta occupando sia “solo un caso […], un caso come gli altri”.


Commento
: Eclettico personaggio, da molti anni soggettista e sceneggiatore di fumetti per la casa editrice Bonelli, personalmente Pasquale Ruju mi è noto soprattutto grazie alle storie riguardanti Dylan Dog. Nel tempo ne ha scritte parecchie, e in genere si tratta di storie somiglianti a quella del romanzo: belle e un po’ tristi, non prive di una certa ferocia, storie in cui il passato rincorre il presente, determinandolo e, magari, prendendolo a calci.
E proprio in un vecchissimo albo di Dylan Dog curato da Pasquale Ruju si trova una frase che non è impossibile porre in relazione con questa sua più recente creazione. Si dice là, verso la fine: “Un giorno anche la Morte potrebbe volere una compagna accanto a sé, [… ] a cui voler bene”: sono parole che ben si adattano al personaggio di Marcello Nicotra, il quale per molti versi – con il suo comportamento, con la violenta mancanza di scrupoli e di pietà, con la determinazione inumana che lo contraddistingue – è assolutamente equiparabile alla Morte; eppure quest’uomo ha scelto una donna “normale” come Annamaria, ne ha fatto la propria amatissima moglie, l’ha rispettata e circondata di tutto ciò che poteva renderla serena, tranquilla e felice. Non le ha mai spiegato la verità nei particolari, non le ha lasciato grandi spazi di manovra né le ha dato un figlio, tuttavia il suo attaccamento è sempre stato autentico, orgoglioso e sincero. Non sufficiente però ad evitare il peggio, benché Annamaria lo abbia sin dall’inizio ricambiato in pieno.
La narrazione non mi è sembrata rigorosamente convincente in ogni suo elemento, ma tutto sommato questo romanzo può essere considerato un giallo solo sino ad un certo punto; non lo si legge per indagare a fianco degli investigatori, quanto piuttosto per verificare come procedono gli eventi, dove vanno a parare. E lo si legge con piacere, facilmente, rapidamente.

Il segno distintivo della vicenda può forse essere identificato in un certo grado di interessante ambiguità. Abbastanza per tempo – ma non subito – si scopre che per la Procura il “caso” in esame è quello dell’omicidio commesso ai danni di Marcello Nicotra, ma anche quando tale epilogo sembra ormai definito, rimane ugualmente per il lettore il gusto delle ulteriori scoperte elargite dalla trama: innanzitutto, non è per nulla chiaro chi sia il responsabile di quella morte, benché la vita delinquenziale di Nicotra autorizzi ad avanzare varie ipotesi. Poi, anche quando le evidenze si accumulano attorno alla stessa Annamaria, i dubbi rimangono, anzi si moltiplicano. Insomma, i fatti si sono veramente svolti nella maniera più semplice da ipotizzare o c’è sotto qualcosa di più?
La risposta a quest’ultima domanda potrebbe essere sì e no: sfrondata dai particolari di contorno – che comunque vanno tenuti in considerazione – la storia in fondo è poco complicata: l’ambiguità vera risiede semmai nelle sfumature del comportamento umano, in quelle cose spesso così difficili da capire o da catalogare, dopo che se ne sono verificati gli effetti.
Qui l’effetto è di sicuro una morte, però se si volessero definirne anche le cause bisognerebbe introdursi in un territorio un po’ più oscuro e molto meno preciso. Crimine innato e passione frustrata: alla fine è arduo affermare cosa abbia pesato di più.

Per questo l’aspetto più affascinante e riuscito del romanzo è la forma scelta dall’autore per costruirlo: sfuggente da un lato, eppure perfettamente significativa.




© - Tutti i diritti riservati.

sabato 6 agosto 2016

IL RITRATTO DI ELSA GREER, di Agatha Christie [1943; GB: "Five Little Pigs"; USA: "Murder in Retrospect"; edizioni italiane varie]  



In breve: Approfittando dell’apatico periodo estivo, durante il quale le novità editoriali si tramutano in affascinanti ipotesi per l’immediato futuro, torno al mio amore di sempre: quello per il giallo, classico e immortale. E chi più classica e immortale di Dame Agatha Christie?!
Però non definiteli libri da spiaggia, che potrei inca... volarmi di brutto.

Trama
: Mary Lemarchant, una bella ragazza canadese da poco maggiorenne, si rivolge a Poirot per far luce su di una delittuosa vicenda avvenuta nella campagna inglese sedici anni prima. Mary in realtà non si chiama Lemarchant, bensì Crale: è la figlia di Carolina e Amyas Crale, il famoso pittore. Le è stato cambiato nome tanti anni prima quando, bambina di quattro anni, venne spedita dall'Inghilterra al Canada per vivere con alcuni parenti. Sua madre Carolina infatti era stata accusata e condannata per l'omicidio del marito - evitando la forca solo grazie alle circostanze attenuanti - e alla piccola erano stati risparmiate le tragiche conseguenze del fatto. Compiuti i ventun anni però Mary è venuta a conoscenza di tutto; le è stata anche consegnata una lettera della madre, morta in carcere ormai da tanto tempo, nella quale Carolina assicura la figlia della propria innocenza.
Il problema di Mary, che sta per sposarsi e non desidera ombre nel suo passato, è appunto questo: non solo desidera sapere tutto ciò che è accaduto in quella lontana estate che ovviamente non ricorda, ma vuole anche che Poirot l'aiuti a dimostrare l'innocenza della madre, nella quale lei crede fermamente.
Lusingato dalla fiducia che Mary nutre nei confronti delle sue capacità, Poirot accetta il difficile caso, rifiutando di lasciarsi influenzare tanto dalla presunta innocenza di Carolina quanto dal verdetto di colpevolezza che l'aveva rinchiusa in carcere. Tuttavia sin dall'inizio si rende conto che le difficoltà sono enormi: le prove contro Carolina erano davvero schiaccianti, quasi nessuno dubita della sua colpevolezza e al tempo del processo la stessa accusata sembrava dimostrare, con il suo atteggiamento rinunciatario, la triste consapevolezza di aver ucciso l'uomo che amava.
Perchè questo è innegabile: Carolina amava Amyas alla follia, tanto da lasciarlo libero nella sua arte, sopportando pazientemente persino tutte le scappatelle del marito, molto sensibile al fascino femminile. Amyas però era sempre tornato all'ovile... almeno finchè non aveva incontrato la bellissima Elsa Greer.
La ragazza, giovanissima, ricca egoista e senza scrupoli, lo aveva catturato e non intendeva più lasciarlo; con l'insensibilità che gli era propria Amyas aveva portato Elsa nella sua bella casa di Alderbury per farle un ritratto, imponendo in pratica alla moglie la presenza dell'amante. La situazione si era fatta tesa e sempre più difficile: liti, riappacificazioni e alla fine, Elsa che dichiarava l'intenzione da parte di Amyas di lasciare la moglie per sposare lei.
Il giorno seguente Amyas moriva avvelenato mentre stava per terminare il ritratto fatale; il veleno era nel suo bicchiere di birra ghiacciata, e quella birra gliel'aveva portata Carolina. Come dubitare dunque della concatenazione degli eventi?
L'unico modo per ricostruire l'accaduto, al di là degli aridi resoconti ufficiali, è quello di affidarsi alla memoria di coloro che ne erano stati partecipi. Poirot contatta dunque le cinque persone che erano state presenti ad Alderbury assieme ai Crale: Philip Blake, il miglior amico di Amyas, e suo fratello Meredith; la sorellastra di Carolina, Adrienne Warren, e la sua istitutrice, la signorina Cecily Williams. Infine lei, la ragazza del ritratto, il perno di tutta la vicenda: Elsa Greer.
Ciascuno di loro parla con l'investigatore e compila un resoconto dei fatti, così come li ha vissuti e come li ricorda: da quei colloqui e da quelle pagine Poirot riuscirà a trarre infine l'unica verità, spiegando così non solo lo strano atteggiamento assunto da Carolina durante il processo, ma illustrando anche come erano realmente andate le cose.
La soluzione del caso risulterà insieme liberatoria e del tutto priva di pietà.

Commento
: Di romanzi belli Agatha Christie ne ha scritti molti: non è forse possibile stabilire, al di là delle preferenze personali, quale sia il migliore in assoluto, ma certo Il Ritratto Di Elsa Greer si colloca piuttosto in alto in qualunque tipo di classifica. L'abilità della trama si coniuga con l'intelligente psicologia dei personaggi, rendendo non solo credibile ma addirittura affascinante quella che in altre circostanze sarebbe una ben strana storia, e il romanzo si legge tutto d'un fiato, dal classico inizio all'inquietante epilogo.
La parte più straordinaria è quella dei memoriali scritti dai testimoni: potrebbe risultare noiosa, invece è estremamente viva. In pratica, per cinque volte viene narrata la stessa identica vicenda ma sono i punti di vista, a fare la differenza: ed è proprio tra le varie affermazioni, le dichiarazioni, le omissioni e le sfumature che Poirot riesce infine a leggere la verità.
Altrettanto affascinanti i personaggi: il prosaico Philip, legato a Carolina da un complesso sentimento di amore-odio, che è diventato un ricco agente di cambio; l'antiquato e tentennante Meredith, quasi troppo cavalleresco per essere vero; Adrienne Warren, che da ragazzina scapestata si è trasformata in archeologa di fama; la signorina Williams, povera ma intelligente e indomita; Elsa Greer, ancora bella, ma spenta e rabbiosa dopo la morte di Amyas: ora è Lady Dittisham, al suo terzo matrimonio.
E su tutti Carolina Crale: bella e delicata, impetuosa al limite della violenza, amata e innamorata, infelice e strana... un enigma alla fine faticosamente svelato.

© - Tutti i diritti riservati. 

venerdì 29 luglio 2016

PASSEGGERI NOTTURNI, di Gianrico Carofiglio [Einaudi ed. - Stile Libero BIG, 2016; pag.98; per la copertina: Alessandro Gottardo (illustrazione), Riccardo Falcinelli (grafica)]



In breve: In una recente intervista Gianrico Carofiglio ha sottolineato come, per propria natura, lo scrittore sia una creatura assolutamente “indiscreta”: qualcuno che DEVE origliare le conversazioni, appropriarsi del mondo, osservare la gente. Ed è appunto così che ha realizzato questo libro: inglobando e assimilando la realtà prima di tradurla in significative parole da riversare sulla pagina.

Il contenuto: Il libro include trenta narrazioni brevi, ciascuna non più lunga di tre pagine. Alcune costituiscono veri e propri racconti; altre descrivono ricordi, esperienze o riflessioni personali dell’autore; molte sono paragonabili a piccoli (ma completi) saggi di argomento etico, giuridico, sociologico, storico, politico: a volte senza confini definiti tra l’una e l’altra categoria, cosicché il lettore possa decidere in proprio dove e in qual modo portare il pensiero.

-Quarto potere / -Draghi / -Aria del tempo / -Calligrafia / -Articolo 29 / -Un addio / -Confessioni 1 / -Confessioni 2 / -Il biglietto / -Tahiti / -Pezzi grossi / -Sinceramente / -Canestri / -Stanlio e Ollio / -La scorta / -Mario bis / -Poliziotto buono / -Contagio / -Binari / -La riduzione delle tasse / -Avvocati / -Profezie / -Tutta la verità / -Epitaffio / -Tranelli / -Scrivanie vuote / -Il riassunto / -Rane / -Nelle Ardenne / -Stanze

Commento
: Poco personaggio, molto uomo e scrittore, ormai Gianrico Carofiglio accompagna le mie esperienze di lettrice da quasi una decina d’anni. Ho iniziato a frequentarlo grazie ai romanzi con l’avvocato Guido Guerrieri, che rimangono i miei preferiti, ma in seguito ho imparato ad apprezzarlo più globalmente: qualunque cosa scriva, riesce a renderla bella, interessante, degna di essere scorsa con avidità e attenzione.
Gianrico Carofiglio è uno di quei rari autori che fanno sembrare la scrittura un’attività facile e piana (illusione creata dallo stile scorrevolissimo), mentre in realtà sottopongono alla considerazione del lettore storie tutt’altro che semplici o banali, riflessioni frutto tanto dell’intelligenza quanto dell’esperienza, pagine che talora – spesso – è cosa buona e giusta andare a riprendere più volte dopo una prima lettura.
Così, questo smilzo libretto si fa divorare in un’oretta ma garantisce di rimanere nella memoria molto più a lungo. Nel centinaio scarso di pagine che lo compongono trovano posto molti degli elementi tipici dello stile e della narratività di Carofiglio: l’attenzione alle cose e alle persone (che vengono non solo viste e udite, bensì guardate e ascoltate); l’amore per la verità (la cui ricerca è necessaria persino laddove sembrerebbe di dover preferire il suo contrario); il piacere del pensiero attivo; il peso affascinante, impegnativo, pericoloso e inquietante delle parole; la prosa che senza sforzo tende a sconfinare nella poesia.
Ciò che ne esce alla fine è un’immagine del mondo tutt’altro che buona e rassicurante: sempre onesta, però, non di rado illuminata da una fulgida ed ammirevole ironia.
E non mancano nemmeno alcuni sprazzi autobiografici, ugualmente canzonatori: Gianrico Carofiglio si prende sul serio solo quando è il caso, per il resto non nasconde mai di essere una creatura umana fallibile, dotata di incertezze, limiti e variabili virtù. Ma se si guarda allo specchio, quasi sempre ti invita a sorridere con lui.

© - Tutti i diritti riservati.